Cambiare mentalità per curare il diabete mellito?

Il diabete mellito in assenza di trattamento, è caratterizzato da un'iperglicemia cronica (ovvero da un elevato tasso di glucosio nel sangue), fenomeno talvolta accompagnato da sintomi, dovuto alla carenza di produzione o all'inefficacia dell'insulina; l'iperglicemia cronica non corretta può comportare con il tempo l'avvento di complicanze.
Gli organi bersaglio sono gli occhi (in particolare la retina), i reni, il cuore, le arterie, i nervi periferici.
Oggi non siamo in grado di sapere chi sono quei pazienti che hanno la predisposizione a sviluppare le complicanze.
Il tipo 1 è caratterizzato da un'iperglicemia conseguente alla carenza di insulina in quanto il pancreas endocrino, in particolare le cellule beta, ha perso la capacità di produrre insulina.
Questa perdita di funzione è un fenomeno di insorgenza rapida che genera sintomi rivelatori del diabete quali la perdita di peso involontaria, la sete esagerata, la necessità di urinare molto spesso il giorno e anche la notte, l'emissione di urine contenenti acetone.
Nel tipo 2 invece il pancreas endocrino sa produrre insulina, ne produce addirittura in eccesso ma purtroppo l'insulina prodotta è poco efficace: è presente un'insulinoresistenza.
La perdita di efficacia dell'insulina con il conseguente aumento della glicemia, è un fenomeno progressivo e lento: il corpo ha il tempo di abituarsi a livelli più elevati di glicemia tanto da non generare un'evidente quadro sintomatico.
Spesso a diagnosi nota, ci si rende conto che sintomi attribuiti per esempio all'età (come la necessità di urinare la notte o uno stato di stanchezza) in effetti erano l'espressione dell'iperglicemia. Quest'iperglicemia silenziosa può esistere ignorata per anni. A prova di ciò sta il fatto che non raramente il diabete mellito tipo 2 sia scoperto in occasione di un consulto medico per manifestazione di una sua complicanza (ad esempio una ferita ad un piede che stenta a guarire, un'emorragia della retina all'origine di improvvisi disturbi visivi, un infarto miocardico, ...).
La prevalenza del diabete è del 5%, di cui il 10-15% dei casi è costituito da pazienti con diabete tipo 1.
Per l'anno 2010 si prevede il raddoppio del numero di persone diabetiche!
Considerando queste previsioni, per ridurre al massimo le possibili conseguenze nefaste del diabete responsabili in molti casi della perdita di autonomia, si cerca di promuovere l'identificazione precoce del diabete (in particolare di tipo 2) e di realizzare programmi terapeutici che impediscano la comparsa di complicanze o, in caso di presenza delle stesse, che ne impediscano l'evoluzione.
Per verificare l'utilità pratica del programma terapeutico, in questi ultimi 20 anni sono stati realizzati due importanti studi prospettici i cui risultati sono di estremo interesse pubblico sia per l'aspetto clinico, sia per l'aspetto socio-economico, soprattutto in questi tempi dove la spesa pubblica per la salute è un giusto motivo di riflessione.
Il DCCT (Diabetes Control and Complication Trial) è uno studio multicentrico (27 centri negli Stati Uniti d'America e 2 centri in Canadà) che ha avuto luogo tra il 1983 e il 1989.
Sono stati reclutati 1441 pazienti dai 13 ai 39 anni con diabete tipo 1 presente da 1 a 15 anni.
Lo scopo dello studio era di verificare se un programma di insulinoterapia intensiva offrisse reali vantaggi rispetto ad un programma convenzionale circa la comparsa di complicanze o nel frenare la loro evoluzione.
Dei 1441, 726 pazienti avevano il diabete da 1 a 5 anni al reclutamento e non presentavano complicanze: questi costituirono il gruppo per lo studio della prevenzione primaria.
I restanti 715 pazienti avevano il diabete da 1 a 15 anni al reclutamento e presentavano segni per complicanze, in particolare una retinopatia non proliferativa: questi costituirono il gruppo per lo studio di prevenzione secondaria.
Obiettivo del trattamento intensivo era ottenere glicemie il più normale possibile.
Il trattamento consisteva in 3 o più iniezioni al giorno di insulina ad azione rapida o somministrazione tramite pompa esterna per via sottocutanea. I pazienti sottomessi a questo programma insulinico praticavano l'autosorveglianza delle glicemie capillari 4-5 volte al giorno con obiettivi preprandiali di 70-120 mg/dl o 3,9-6,7 mmol/l o postprandiali inferiori a 180 mg/dl o 10 mmol/l ed emoglobina glicata Hb A1c inferiore a 6,05%.
I pazienti sotto trattamento convenzionale ricevevano 1 o 2 iniezioni di insulina ad azione rapida frammista ad insulina ad azione intermediaria. L'obiettivo era l'assenza di sintomi legati all'iperglicemia, l'assenza di crisi ipoglicemiche, mantenendo un peso corporeo ideale. Questi pazienti praticavano liberamente le misure di autocontrollo glicemico (almeno una volta al giorno).
La retinopatia fu documentata e seguita con fotogrammi del fondo oculare, la nefropatia con il monitoraggio della microalbuminuria e dell'albuminuria, la neuropatia sensitivo-motoria con la misura della conduzione elettrica in 2 nervi diversi o alterazione della funzione del sistema autonomo.
I risultati sono chiari.
Per il gruppo prevenzione primaria, l'insulinoterapia intensiva permette:
la riduzione rischio di retinopatia diabetica del 76%
la riduzione rischio della microalbuminuria del 34%
la riduzione rischio della neuropatia del 69%.
Per il gruppo prevenzione secondaria, l'insulinoterapia intensiva permette:
una riduzione del rischio di retinopatia del 47%,
una riduzione del trattamento con il laser del 56%
riduzione del rischio di microalbuminuria del 43%
riduzione del rischio di albuminuria del 56%
riduzione del rischio di neuropatia del 57%.
I dati globali ottenuti contrapponendo i gruppi trattamento intensivo verso trattamento convenzionale, senza distinzione della presenza o no di complicanze al momento del reclutamento, mostrano che la terapia intensiva riduce lo sviluppo di microalbuminuria del 39%
e riduce lo sviluppo di macroalbuminuria del 54% e lo sviluppo di neuropatia del 60%.
Questi dati permettono dunque di oggettivare che l'insulinoterapia intensiva realmente impedisce la comparsa o l'evoluzione della microangiopatia.
Considerando questi risultati si ritenne non etico proseguire lo studio per conoscere l'ulteriore impatto dei due diversi programmi terapeutici essendo evidente che il gruppo sotto terapia insulinica convenzionale era svantaggiato in modo incontestabile rispetto al gruppo sotto terapia intensiva.
Per la brevità dello studio non è possibile trarre dati significativi a proposito della relazione tra insulinoterapia intensiva e macroangiopatia.
Lo studio evidenzia anche che la ricerca della normoglicemia comporta un rischio maggiore di ipoglicemie gravi (laddove la gravità é stabilita dalla necessità di intervento di terza persona per togliere il paziente dall'ipoglicemia), rischio tre volte maggiore nel gruppo insulinoterapia intensiva rispetto al gruppo insulinoterapia convenzionale.
L'Hb A1c si è mantenuta mediamente attorno al 7,2% per il gruppo intensivo e 9,0% per il gruppo convenzionale.
Lo studio presentato conferma dunque che nel diabete tipo 1 bisogna mirare all'ottenimento della normoglicemia e a valori di emoglobina glicata inferiori a 7,0% per impedire la comparsa o l'evoluzione delle complicanze e che questi obiettivi sono più facilmente raggiungibili con un programma di insulinoterapia intensiva per il quale è necessario praticare l'insegnamento per una corretta pratica delle misure di autosorveglianza glicemica e per la prevenzione delle ipoglicemie.
L'UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study) ebbe luogo in 23 centri della Gran Bretagna. Con questo studio si voleva verificare se lo stretto controllo metabolico permettesse di ridurre le complicanze micro e macrovascolari presso il paziente con diabete tipo 2, se esistessero combinazioni terapeutiche particolarmente più vantaggiose, se lo stretto controllo della pressione arteriosa permettesse di ridurre le complicanze del diabete tipo 2.
Il reclutamento avvenne tra il 1977 e il 1991. Nello studio furono inclusi pazienti presso i quali veniva posta per la prima volta la diagnosi di diabete.
Dei 5102 iniziali, 149 pazienti furono esclusi perché dopo 3 mesi di programma alimentare equilibrato ottennero glicemie a digiuno inferiori a 6,0 mmol/l o 110 mg/dl;
744 furono esclusi perché dopo tale periodo di dieta ebbero glicemie oltre i 15 mmol/l o 270 mg%;
4209 furono inclusi nella seconda parte dello studio; di questi 1704 avevano un sovrappeso.
1138 pazienti (di cui 411 obesi) furono assegnati al gruppo definito convenzionale: l'obiettivo terapeutico era l'ottenimento di glicemie a digiuno inferiori a 15 mmol/l o 270 mg/dl;
2729 pazienti (di cui 951 obesi) furono invece inclusi nel gruppo intensivo il cui obiettivo terapeutico consisteva nell'ottenere glicemie a digiuno inferiori a 6,0 mmol/l o 110 mg/dl;
342 pazienti obesi furono inclusi in un gruppo a parte avendo oltre il 120% del peso ideale!
Al momento della diagnosi, 50% dei pazienti presentavano già complicanze:
38% avevano retinopatia diabetica
15% avevano neuropatia.
Durante gli anni di studio si è potuto osservare che:
* i pazienti con diabete tipo 2 devono essere seguiti per adattare progressivamente il trattamento
* cambiamenti terapeutici sono necessari per mantenere gli obiettivi fissati
* l'istruzione del paziente (per la pratica sensata dell'autosorveglianza) e la sorveglianza da parte del medico curante sono molto importanti.
I valori di Hb A1c a 10 anni di osservazione mostrano una differenza statisticamente significativa. I pazienti sotto terapia convenzionale presentano un'Hb A1c di 7,9% mentre quelli del gruppo intensivo un valore di 7,0%.
La riduzione del 0,9% di Hb A1c grazie all'attitudine terapeutica intensiva permette di ridurre del 12% il rischio di fenomeni direttamente riconducibili al diabete
ridurre del 10% il rischio di decessi in relazione al diabete
ridurre del 6% il rischio di cause di mortalità
ridurre del 16% il rischio degli infarti miocardici
ridurre del 25% il rischio delle complicazioni microvascolari
ridurre del 33% il rischio della macroalbuminuria!
Lo studio concernente l'ipertensione ha incluso 1148 pazienti con pressione arteriosa media di 160/94 mm Hg:
390 furono nel gruppo controllo con obiettivo valori inferiori a 180/ 105 mm Hg: la media ottenuta fu di 154/87;
756 furono nel gruppo di trattamento con obiettivo valori inferiori a 150/85 mm Hg: la media fu di 144/82.
Entrambi i gruppi furono seguiti in media per 8,4 anni.
I risultati furono molto sorprendenti: l'abbassamento della pressione arteriosa permise di ridurre del 24% il rischio di eventi direttamente in relazione con il diabete, di ridurre del 37% il rischio di fenomeni macrovascolari,
di ridurre del 44% il rischio di ictus cerebrale
di ridurre del 21% il rischio di infarto miocardico
di ridurre del 56% il rischio di insufficienza cardiaca
di ridurre del 49% il rischio di malattie vascolari periferiche.
Il 29% dei pazienti con ipertensione arteriosa necessitano combinazione di più medicamenti. Il trattamento dell'ipertensione arteriosa è prioritario presso il paziente diabetico!
In sostanza entrambi questi studi hanno evidenziato che mirare al raggiungimento di glicemie più prossime ai valori normali è l'obiettivo terapeutico valido per diabete tipo 1 e 2. La media della glicemie è valutabile con la determinazione regolare dell'emoglobina glicata Hb A1c che dovrebbe situarsi possibilmente sotto il 7,0%.

L'UKPDS evidenzia che ogni riduzione di elevati valori pressori ha un effetto benefico certo. Considerando ciò e quanto già si conosce a proposito dell'effetto benefico della riduzione dei tassi elevati di colesterolo, di tassi elevati di trigliceridi, dell'eccesso ponderale, della sedentarietà, del tabagismo possiamo facilmente immaginare quanto benefico sarà l'effetto protettivo a medio-lungo termine del paziente diabetico autonomo. Cambiare mentalità per curare il diabete mellito? No, se quanto appena esposto fa parte delle profonde convinzioni di noi, pazienti, famigliari, curanti, educatori.... Sì, per quei pazienti che non hanno ancora capito che loro stessi possono determinare in modo marcante il loro futuro e che non riescono a sentire il loro ruolo di pilota coadiuvati dai copiloti e meccanici dietista-infermiere-medico- ed ogni altro specialista medico (oftalmologo, angiologo, cardiologo, ortopedico,...) e non (fisioterapista, maestro di sport, pedicure medica, educatore, ortesista,...) che con cognizione di causa sono accanto per fornirgli le proprie conoscenze specifiche per spostarsi lungo strade a volte apparentemente tranquille ma lungo le quali insidie e ostacoli potrebbero insorgere all'improvviso. Sì, per tutti i copiloti e meccanici che non hanno ancora capito che è proprio il paziente il pilota. Sì, per tutti coloro che banalizzano il diabete facendo di un caso visto la regola del diabete, tutti coloro che ancora osano parlare di piccolo diabete a proposito del tipo 2 e che affibbiano l'aggettivo di grave al tipo 1 per la necessità di ricorrere all'insulina. Sebastiano Franscella

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Cambiare mentalità per curare il diabete mellito?

Il diabete mellito in assenza di trattamento, è caratterizzato da un'iperglicemia cronica (ovvero da un elevato tasso di glucosio nel sangue), fenomeno talvolta accompagnato da sintomi, dovuto alla carenza di produzione o all'inefficacia dell'insulina; l'iperglicemia cronica non corretta può comportare con il tempo l'avvento di complicanze.
Gli organi bersaglio sono gli occhi (in particolare la retina), i reni, il cuore, le arterie, i nervi periferici.
Oggi non siamo in grado di sapere chi sono quei pazienti che hanno la predisposizione a sviluppare le complicanze.
Il tipo 1 è caratterizzato da un'iperglicemia conseguente alla carenza di insulina in quanto il pancreas endocrino, in particolare le cellule beta, ha perso la capacità di produrre insulina.
Questa perdita di funzione è un fenomeno di insorgenza rapida che genera sintomi rivelatori del diabete quali la perdita di peso involontaria, la sete esagerata, la necessità di urinare molto spesso il giorno e anche la notte, l'emissione di urine contenenti acetone.
Nel tipo 2 invece il pancreas endocrino sa produrre insulina, ne produce addirittura in eccesso ma purtroppo l'insulina prodotta è poco efficace: è presente un'insulinoresistenza.
La perdita di efficacia dell'insulina con il conseguente aumento della glicemia, è un fenomeno progressivo e lento: il corpo ha il tempo di abituarsi a livelli più elevati di glicemia tanto da non generare un'evidente quadro sintomatico.
Spesso a diagnosi nota, ci si rende conto che sintomi attribuiti per esempio all'età (come la necessità di urinare la notte o uno stato di stanchezza) in effetti erano l'espressione dell'iperglicemia. Quest'iperglicemia silenziosa può esistere ignorata per anni. A prova di ciò sta il fatto che non raramente il diabete mellito tipo 2 sia scoperto in occasione di un consulto medico per manifestazione di una sua complicanza (ad esempio una ferita ad un piede che stenta a guarire, un'emorragia della retina all'origine di improvvisi disturbi visivi, un infarto miocardico, ...).
La prevalenza del diabete è del 5%, di cui il 10-15% dei casi è costituito da pazienti con diabete tipo 1.
Per l'anno 2010 si prevede il raddoppio del numero di persone diabetiche!
Considerando queste previsioni, per ridurre al massimo le possibili conseguenze nefaste del diabete responsabili in molti casi della perdita di autonomia, si cerca di promuovere l'identificazione precoce del diabete (in particolare di tipo 2) e di realizzare programmi terapeutici che impediscano la comparsa di complicanze o, in caso di presenza delle stesse, che ne impediscano l'evoluzione.
Per verificare l'utilità pratica del programma terapeutico, in questi ultimi 20 anni sono stati realizzati due importanti studi prospettici i cui risultati sono di estremo interesse pubblico sia per l'aspetto clinico, sia per l'aspetto socio-economico, soprattutto in questi tempi dove la spesa pubblica per la salute è un giusto motivo di riflessione.
Il DCCT (Diabetes Control and Complication Trial) è uno studio multicentrico (27 centri negli Stati Uniti d'America e 2 centri in Canadà) che ha avuto luogo tra il 1983 e il 1989.
Sono stati reclutati 1441 pazienti dai 13 ai 39 anni con diabete tipo 1 presente da 1 a 15 anni.
Lo scopo dello studio era di verificare se un programma di insulinoterapia intensiva offrisse reali vantaggi rispetto ad un programma convenzionale circa la comparsa di complicanze o nel frenare la loro evoluzione.
Dei 1441, 726 pazienti avevano il diabete da 1 a 5 anni al reclutamento e non presentavano complicanze: questi costituirono il gruppo per lo studio della prevenzione primaria.
I restanti 715 pazienti avevano il diabete da 1 a 15 anni al reclutamento e presentavano segni per complicanze, in particolare una retinopatia non proliferativa: questi costituirono il gruppo per lo studio di prevenzione secondaria.
Obiettivo del trattamento intensivo era ottenere glicemie il più normale possibile.
Il trattamento consisteva in 3 o più iniezioni al giorno di insulina ad azione rapida o somministrazione tramite pompa esterna per via sottocutanea. I pazienti sottomessi a questo programma insulinico praticavano l'autosorveglianza delle glicemie capillari 4-5 volte al giorno con obiettivi preprandiali di 70-120 mg/dl o 3,9-6,7 mmol/l o postprandiali inferiori a 180 mg/dl o 10 mmol/l ed emoglobina glicata Hb A1c inferiore a 6,05%.
I pazienti sotto trattamento convenzionale ricevevano 1 o 2 iniezioni di insulina ad azione rapida frammista ad insulina ad azione intermediaria. L'obiettivo era l'assenza di sintomi legati all'iperglicemia, l'assenza di crisi ipoglicemiche, mantenendo un peso corporeo ideale. Questi pazienti praticavano liberamente le misure di autocontrollo glicemico (almeno una volta al giorno).
La retinopatia fu documentata e seguita con fotogrammi del fondo oculare, la nefropatia con il monitoraggio della microalbuminuria e dell'albuminuria, la neuropatia sensitivo-motoria con la misura della conduzione elettrica in 2 nervi diversi o alterazione della funzione del sistema autonomo.
I risultati sono chiari.
Per il gruppo prevenzione primaria, l'insulinoterapia intensiva permette:
la riduzione rischio di retinopatia diabetica del 76%
la riduzione rischio della microalbuminuria del 34%
la riduzione rischio della neuropatia del 69%.
Per il gruppo prevenzione secondaria, l'insulinoterapia intensiva permette:
una riduzione del rischio di retinopatia del 47%,
una riduzione del trattamento con il laser del 56%
riduzione del rischio di microalbuminuria del 43%
riduzione del rischio di albuminuria del 56%
riduzione del rischio di neuropatia del 57%.
I dati globali ottenuti contrapponendo i gruppi trattamento intensivo verso trattamento convenzionale, senza distinzione della presenza o no di complicanze al momento del reclutamento, mostrano che la terapia intensiva riduce lo sviluppo di microalbuminuria del 39%
e riduce lo sviluppo di macroalbuminuria del 54% e lo sviluppo di neuropatia del 60%.
Questi dati permettono dunque di oggettivare che l'insulinoterapia intensiva realmente impedisce la comparsa o l'evoluzione della microangiopatia.
Considerando questi risultati si ritenne non etico proseguire lo studio per conoscere l'ulteriore impatto dei due diversi programmi terapeutici essendo evidente che il gruppo sotto terapia insulinica convenzionale era svantaggiato in modo incontestabile rispetto al gruppo sotto terapia intensiva.
Per la brevità dello studio non è possibile trarre dati significativi a proposito della relazione tra insulinoterapia intensiva e macroangiopatia.
Lo studio evidenzia anche che la ricerca della normoglicemia comporta un rischio maggiore di ipoglicemie gravi (laddove la gravità é stabilita dalla necessità di intervento di terza persona per togliere il paziente dall'ipoglicemia), rischio tre volte maggiore nel gruppo insulinoterapia intensiva rispetto al gruppo insulinoterapia convenzionale.
L'Hb A1c si è mantenuta mediamente attorno al 7,2% per il gruppo intensivo e 9,0% per il gruppo convenzionale.
Lo studio presentato conferma dunque che nel diabete tipo 1 bisogna mirare all'ottenimento della normoglicemia e a valori di emoglobina glicata inferiori a 7,0% per impedire la comparsa o l'evoluzione delle complicanze e che questi obiettivi sono più facilmente raggiungibili con un programma di insulinoterapia intensiva per il quale è necessario praticare l'insegnamento per una corretta pratica delle misure di autosorveglianza glicemica e per la prevenzione delle ipoglicemie.
L'UKPDS (United Kingdom Prospective Diabetes Study) ebbe luogo in 23 centri della Gran Bretagna. Con questo studio si voleva verificare se lo stretto controllo metabolico permettesse di ridurre le complicanze micro e macrovascolari presso il paziente con diabete tipo 2, se esistessero combinazioni terapeutiche particolarmente più vantaggiose, se lo stretto controllo della pressione arteriosa permettesse di ridurre le complicanze del diabete tipo 2.
Il reclutamento avvenne tra il 1977 e il 1991. Nello studio furono inclusi pazienti presso i quali veniva posta per la prima volta la diagnosi di diabete.
Dei 5102 iniziali, 149 pazienti furono esclusi perché dopo 3 mesi di programma alimentare equilibrato ottennero glicemie a digiuno inferiori a 6,0 mmol/l o 110 mg/dl;
744 furono esclusi perché dopo tale periodo di dieta ebbero glicemie oltre i 15 mmol/l o 270 mg%;
4209 furono inclusi nella seconda parte dello studio; di questi 1704 avevano un sovrappeso.
1138 pazienti (di cui 411 obesi) furono assegnati al gruppo definito convenzionale: l'obiettivo terapeutico era l'ottenimento di glicemie a digiuno inferiori a 15 mmol/l o 270 mg/dl;
2729 pazienti (di cui 951 obesi) furono invece inclusi nel gruppo intensivo il cui obiettivo terapeutico consisteva nell'ottenere glicemie a digiuno inferiori a 6,0 mmol/l o 110 mg/dl;
342 pazienti obesi furono inclusi in un gruppo a parte avendo oltre il 120% del peso ideale!
Al momento della diagnosi, 50% dei pazienti presentavano già complicanze:
38% avevano retinopatia diabetica
15% avevano neuropatia.
Durante gli anni di studio si è potuto osservare che:
* i pazienti con diabete tipo 2 devono essere seguiti per adattare progressivamente il trattamento
* cambiamenti terapeutici sono necessari per mantenere gli obiettivi fissati
* l'istruzione del paziente (per la pratica sensata dell'autosorveglianza) e la sorveglianza da parte del medico curante sono molto importanti.
I valori di Hb A1c a 10 anni di osservazione mostrano una differenza statisticamente significativa. I pazienti sotto terapia convenzionale presentano un'Hb A1c di 7,9% mentre quelli del gruppo intensivo un valore di 7,0%.
La riduzione del 0,9% di Hb A1c grazie all'attitudine terapeutica intensiva permette di ridurre del 12% il rischio di fenomeni direttamente riconducibili al diabete
ridurre del 10% il rischio di decessi in relazione al diabete
ridurre del 6% il rischio di cause di mortalità
ridurre del 16% il rischio degli infarti miocardici
ridurre del 25% il rischio delle complicazioni microvascolari
ridurre del 33% il rischio della macroalbuminuria!
Lo studio concernente l'ipertensione ha incluso 1148 pazienti con pressione arteriosa media di 160/94 mm Hg:
390 furono nel gruppo controllo con obiettivo valori inferiori a 180/ 105 mm Hg: la media ottenuta fu di 154/87;
756 furono nel gruppo di trattamento con obiettivo valori inferiori a 150/85 mm Hg: la media fu di 144/82.
Entrambi i gruppi furono seguiti in media per 8,4 anni.
I risultati furono molto sorprendenti: l'abbassamento della pressione arteriosa permise di ridurre del 24% il rischio di eventi direttamente in relazione con il diabete, di ridurre del 37% il rischio di fenomeni macrovascolari,
di ridurre del 44% il rischio di ictus cerebrale
di ridurre del 21% il rischio di infarto miocardico
di ridurre del 56% il rischio di insufficienza cardiaca
di ridurre del 49% il rischio di malattie vascolari periferiche.
Il 29% dei pazienti con ipertensione arteriosa necessitano combinazione di più medicamenti. Il trattamento dell'ipertensione arteriosa è prioritario presso il paziente diabetico!
In sostanza entrambi questi studi hanno evidenziato che mirare al raggiungimento di glicemie più prossime ai valori normali è l'obiettivo terapeutico valido per diabete tipo 1 e 2. La media della glicemie è valutabile con la determinazione regolare dell'emoglobina glicata Hb A1c che dovrebbe situarsi possibilmente sotto il 7,0%.

L'UKPDS evidenzia che ogni riduzione di elevati valori pressori ha un effetto benefico certo. Considerando ciò e quanto già si conosce a proposito dell'effetto benefico della riduzione dei tassi elevati di colesterolo, di tassi elevati di trigliceridi, dell'eccesso ponderale, della sedentarietà, del tabagismo possiamo facilmente immaginare quanto benefico sarà l'effetto protettivo a medio-lungo termine del paziente diabetico autonomo. Cambiare mentalità per curare il diabete mellito? No, se quanto appena esposto fa parte delle profonde convinzioni di noi, pazienti, famigliari, curanti, educatori.... Sì, per quei pazienti che non hanno ancora capito che loro stessi possono determinare in modo marcante il loro futuro e che non riescono a sentire il loro ruolo di pilota coadiuvati dai copiloti e meccanici dietista-infermiere-medico- ed ogni altro specialista medico (oftalmologo, angiologo, cardiologo, ortopedico,...) e non (fisioterapista, maestro di sport, pedicure medica, educatore, ortesista,...) che con cognizione di causa sono accanto per fornirgli le proprie conoscenze specifiche per spostarsi lungo strade a volte apparentemente tranquille ma lungo le quali insidie e ostacoli potrebbero insorgere all'improvviso. Sì, per tutti i copiloti e meccanici che non hanno ancora capito che è proprio il paziente il pilota. Sì, per tutti coloro che banalizzano il diabete facendo di un caso visto la regola del diabete, tutti coloro che ancora osano parlare di piccolo diabete a proposito del tipo 2 e che affibbiano l'aggettivo di grave al tipo 1 per la necessità di ricorrere all'insulina. Sebastiano Franscella

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