Diabete, anche lo stress può generarlo

Nel 1980 uscì nelle sale un film complesso e divertente, che fu premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Era opera di un grande regista francese, Alain Resnais, e il protagonista era un attore robusto e sanguinio, caratterizzato dal naso pronunciato, che sarebbe divenuto famoso negli anni successivi: Gerard Dépardieu. Il film si intitolava Mon oncle d’Amerique; ma la cosa interessante è che vi compariva sin dall’inizio un personaggio che non era un attore e che interpretava se stesso: uno scienziato che presentava sullo schermo le esperienze di alcuni topi da laboratorio alle prese con lo stress. Dimostrando, in parallelo con le vicende degli attori nella trama, che uomini e topi condividono parecchi meccanismi biologici di difesa dello stress. Quell’uomo era Herni Laborit, neurofisiologo premio Lasker (il Nobel americano) e padre della psico-neutro-immuno-endocrinologia: colui che per primo ha sostenuto l’idea che molte malattie derivano da un uso inappropriato delle nostre difese naturali.
Uno degli effetti immediati dello stress è sul metabolismo. Il nostro sistema nervoso si attiva di fronte a ciò che percepisce come una minaccia, un pericolo o una sfida impegnativa: in questi casi, alcuni ormoni come l’adrenalina preparano l’individuo a lottare o fuggire perché liberano nel sangue il glucosio immagazzinato nel fegato e nelle fibre muscolari. Si tratta di una reazione del tutto appropriata di fronte a minacce acute, concrete e temporanee: un animale feroce, una tribù ostile, un incendio. Se dovessimo trovarci a tu per tu con una tigre dai denti a sciabola questo sistema ci permetterebbe di utilizzare istantaneamente le migliori fonti energetiche disponibili: come una vettura bi-fluel che deve sfuggire a un inseguimento noi passeremmo subito dal diesel (acidi grassi) alla benzina super (glucosio). Il sistema è molto efficace, ma il problema è un altro, e qui ritorna Laborit. Negli ultimi diecimila anni il nostro organismo è rimasto identico, mentre il contesto in cui viviamo e le minacce che lo popolano sono completamente mutati. Ecco che allora gran parte degli stressor che ci affliggono non sono più concreti e temporanei, ma quasi sempre relazionali, permanenti e immediati: il capoufficio, la suocera, la recessione, la paura del futuro. La gara sportiva – come ben sanno i podisti che “soffrono” di ansia pre-agonistica – è il tipico esempio di questo tipo di stressor. L’organismo di questi atleti reagisce alla prospettiva di dover gareggiare come se la persona fosse costretta a calarsi nella gabbia di una belva affamata: non solo insonnia, tachicardia, tensioni muscolari, frequente bisogno di evacuare, ma anche modifiche del metabolismo. Così le preziose molecole di glucosio stoccate nell’organismo sotto forma di glicogeno, con religiosa devozione, vengono in parte consumate e bruciate ben prima che lo starter abbia dato il via. E’ come se uno facesse improvvisamente dei falò quando fa ancora caldo con legna accumulata per l’inverno. Con il risultato che quando la legna serve è finita (ovvero il glicogeno termina molto prima dei 42 km). Il problema è che il nostro organismo non ha ancora imparato a distinguere le reazioni appropriate ai vari tipi di stress. E non lo farà da solo presumibilmente per i prossimi duecentomila anni. Sta a noi fare questa distinzione, è compito nostro governare questi processi. E’ infatti importante capire che le reazioni inappropriate hanno un prezzo: una persona stressata, che reagisce allo stress in modo inappropriato, fa si che una situazione eccezionale possa diventare la norma. Accade così che nel sangue di una persona stressata si trovino livelli di glucosio stabilmente più alti del normale, con possibile evoluzione verso la sindrome metabolica o il diabete. Ecco perché Laborit sosteneva che l’uso inappropriato delle nostre difese naturali porta alla malattia: quello della sindrome metabolica è solo una delle tante conseguenze legato al fatto di reagire in maniera sbagliata allo stress. La sindrome metabolica è caratterizzata da un quadro clinico che include: obesità addominale, dislipidemia aterogenica (cioè valori anomali dei lipidi nel sangue), pressione sanguigna elevata, resistenza insulinica (con o senza intolleranza di glucosio) e predisposizione alle trombosi e agli stati infiammatori. L’esito successivo è lo sviluppo del diabete. Ci sono moltissimi studi che dimostrano come l’insorgenza del diabete di tipo 2 sia legata – oltre che ad abitudini alimentari inappropriate – anche alla gestione inefficace dello stress (in particolare quello psicologico). Tra i più significativi citiamo uno studio compiuto nel 2005 dal Dr. Peter Wiesli dell’Ospedale Universitario di Zurigo, in cui ha dimostrato come un episodio di stress psicologico rallenti significativamente il metabolismo degli zuccheri nei pazienti diabetici. Inoltre esiste una relazione dimostrata tra le abitudini alimentari inappropriate e bassa capacità di gestire lo stress. Non solo perché lo stress aumenta la produzione di noradrenalina, che a sua volta inibisce il CRH, ormone ipotalamico coinvolto nella regolazione della sazietà. Ma anche perché il disagio da stress spinge a comportamenti nutrizionali inadeguati: lo scopo di tali comportamenti sta nel ricercare un effimero e momentaneo benessere emozionale attraverso una vera e propria “manipolazione” biochimica del cervello. Non comportamenti legati alla tossicomania o all’abuso di psicofarmaci, bensì cose molto più consuete e quotidiane che tutti ben conoscono, anche se non ne realizziamo fino in fondo le ricadute biochimiche. Anni fa, un celebre libro di William Dufty aveva lanciato l’allarme sulle forme di dipendenza psicofisica dagli alimenti basati sullo zucchero. Attilio e Luca Speciani hanno ripreso e approfondito l’analisi di questi meccanismi in alcune pubblicazioni recenti: l’assunzione massiccia di cibi molto zuccherati e il conseguente intervento dell’insulina favoriscono la produzione a livello celebrale di serotonina e di beta-endorfine, mediatori celebrali in grado di farci sentire il dolore e di donarci una sensazione di euforia e onnipotenza (compensativi delle frustrazioni de dello stress appena ricevuti). Quanto più la persona è debole, incapace di elaborare lo stress e vulnerabile, tanto maggiore sarà la tentazione di innescare questo circolo vizioso. Il rischio nel lungo periodo è quello di sviluppare modificazioni patologiche del metabolismo, come nel diabete, la cui prevenzione passa anche attraverso un più efficiente controllo dello stress psicologico.

Pietro Trabucchi
Psicologo


(Psicologo squadra Olimpica Italiana di sci di fondo alle Olimpiadi di Torino 2006)

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