Intervista al prof. Camillo Ricordi

direttore del Diabetes Research Institute and Cell Transplant Center, University of Miami

di Franca Verda Hunziker, realizzata per il servizio “DIABETE OGGI E DOMANI” in “FALO`” andata in onda il 16.02.2012 su RSI La1: (Tutti i diritti riservati, ringraziamo la Signora Verda Hunziker e la RSI per averci messo a disposizione il testo).

Il professor Camillo Ricordi, milanese, discendente di una nota famiglia di musicisti, dopo gli studi a Milano e un primo periodo di attività al San Raffaele, si è trasferito negli USA,  diventando prima direttore dei trapianti cellulari al Transplantation Institut dell’Università di Pittsburgh, dove ha effetuato nel 1990 il primo trapianto di isole pancreatiche, poi direttore del Diabetes Research Institute and Cell Transplant Center e della Divisione di trapianti cellulari del Dipartimento di chirurgia e professore di medicina e chirurgia, di ingegneria biomedica e di microbiologia e immunologia all’Università di Miami, dove ha inventato e sviluppato la prima procedura e il primo apparecchio per isolare le cellule pancreatiche (il cosiddetto “metodo Ricordi”), che viene oggi usato in tutti i centri del mondo, è autore di più di 600 pubblicazioni scientifiche, è stato ed è tuttora membro attivo di numerosissime società medico-scientifiche, viene regolarmente invitato a tenere importanti conferenze ai congressi nazionali e internazionali, è membro di numerosi gruppi di esperti, tra cui quello nominato dal National Insitutes of Health degli USA e dall’Unione europea, ha ricevuto numerosi premi e onorificenze nazionali e internazionali e viene considerato uno dei massimi, se non addirittura il massimo esperto nel campo dei trapianti di cellule pancreatiche e anche un serio candidato al Premio Nobel. Egli è inoltre apprezzato e stimato non solo per le sue capacità e realizzazioni medico-scientifiche, ma anche per la sua umanità e si è sempre anche impegnato nel migliorare e favorire la collaborazione e lo scambio di conoscenze e esperienze tra i ricercatori di tutto il mondo e ha pure trovato ancora il tempo e l’energia per essere autore e promotore di varie iniziative etico-sociali.

Professor Ricordi, grazie al suo metodo per isolare le cellule del pancreas che producono insulina, il trapianto di queste isole pancreatiche è diventato più efficace ed è ritenuto un’alternativa promettente al trapianto dell’intero pancreas, intervento molto più invasivo e pericoloso. Quali sono i progressi ottenuti negli ultimi dieci anni in questo campo?
C’è stato un progresso molto importante nel campo del trapianto delle isole pancreatiche, ossia delle cellule che producono insulina estratte dal pancreas umano. Negli ultimi dieci anni siamo passati da un successo che inizialmente era già intorno all’85% a un anno, in termini di insulino-indipendenza, di portare i pazienti alla liberazione dalla necessità di fare iniezione di insulina. Però quello che si era visto è che cogli anni una percentuale sempre maggiore di pazienti doveva ritornare a una certa dose di insulina esogena, e nel giro di cinque anni dal trapianto, nella decade scorsa, la maggioranza dei pazienti aveva di nuovo bisogno di insulina.
Quello che si è scoperto è che la combinazione dei farmaci antirigetto che veniva utilizzata in questi trial iniziali, il cosiddetto protocollo di Edmonton, era micidiale, in quanto bloccava completamente la capacità di rigenerarsi delle cellule beta che producono l’insulina, per cui uno partiva con una quantità di cellule definita, ma che poi diminuiva inesorabilmente e progressivamente nel tempo, per cui dopo un anno, due , quattro, cinque, c’era un ritorno al fabbisogno di iniezione di insulina esogena. Oggi invece con i nuovi protocolli sviluppati negli ultimi cinque anni, questo è un problema che è stato parzialmente superato perché oggi i dati migliori del registro internazionale dei trapianti d’isole indicano un successo in media superiore al 70% a sette anni dal trapianto. Considerando tutti i protocolli indipendentemente dai centri migliori o meno, se uno utilizza una particolare terapia antirigetto all’inizio combinata con una dose temporanea di terapia antiinfiammatoria, la maggioranza dei pazienti ha trapianti ancora perfettamente funzionanti a cinque anni; per cui oggi, a differenza di prima, si posso ottenere col trapianto di isole dei risultati comparabili a quelli del trapianto d’organo, di pancreas isolato.

Comunque il problema del rigetto rimane sempre il più grosso pericolo. L’istituto che lei dirige a Miami è all’avanguardia nella ricerca di queste nuove terapie cellulari del diabete, ci può spiegare in che cosa consistono le più recenti sperimentazioni?
In pratica oggi le limitazioni del trapianto di isole dovute alla necessità di usare farmaci antirigetto, ne limitano l’applicabilità ai casi più gravi di diabete di tipo I. Però per sviluppare una terapia che possa  far beneficiare la maggioranza, o tutti i pazienti con diabete al mondo, che oggi sono più di 360 milioni, che eventualmente avranno bisogno tutti di insulina, anche quelli con diabete di tipo 2, è necessario sviluppare delle tecnologie che permettano il trapianto senza assumere farmaci antirigetto che introducono una serie di altri problemi, di fattori di rischio.
E quello che stiamo studiando sono strategie in due grossi blocchi: una è un’induzione di tolleranza immunitaria che è riprogrammare il sistema immunitario ad accettare le cellule trapiantate senza usare questi farmaci in maniera cronica. La seconda è l’introduzione di barriere semipermeabili che permettano di creare una specie di scudo intorno alle cellule che producono insulina permettendogli di avere il sensore per i livelli di glicemia e secernere insulina, ma rimbalzando e proteggendo le cellule dall’attacco del sistema immunitario, anticorpi, cellule e altro. Perciò diciamo questi sono i due filoni principali.
Poi c’è un altro settore di strategia, d’ingegneria tissutale per creare un microambiente intorno alle cellule che producono insulina che sia immunoregolatore, vuol dire creare un immunomodulazione solo a livello locale, nei pochi millilitri di tessuto trapiantato senza dovere alterare l’organismo in genere, perché oggi quando uno assume terapia antirigetto essa ha effetto a livello sistemico, per cui tutti gli organi, i sistemi del corpo umano, vengono bersagliati da questi farmaci, per cui c’è una diminuzione delle difese immunitarie in genere, un aumentato rischio di infezioni ma anche una tossicità d’organo a lungo termine. Per cui riuscire a localizzare questa terapia immunomodulatoria potrebbe essere di particolare importanza perché anche in mancanza di una tolleranza completa uno potrebbe aumentare l’indicazione di questa terapia anche a bambini, a giovani.

Le speranze quindi, per superare questo rischio di rigetto, sono riposte ancora una volta nella terapia cellulare, in particolare nelle cellule staminali adulte. Secondo le sue valutazioni quanti anni ci vorranno per arrivare a un autotrapianto di queste cellule?
Questo è un problema molto importante perché, in effetti, quando avremo delle strategie che hanno successo per trapiantare le cellule senza farmaci antirigetto, a questo punto tutti vorranno un trapianto di isole, per cui si parla di 360 milioni di pazienti a oggi, nelle prossime due decadi saranno oltre 500 milioni di pazienti al mondo, e chiaramente non saranno possibili questi trapianti in base alla donazione d’organo che oggi può coprire poche migliaia di pazienti all’anno e diventerebbe una specie di lotteria per poter assegnare questa terapia ai pochi fortunati.
Per quello che è più importante, fin d’ora, sviluppare delle fonti inesauribili di cellule che producono insulina, e la ricerca sulle cellule staminali è una delle ricerche più promettenti, anche perché permetterà di superare quello che rimane oggi il cardine che sono le cellule embrionali umane che sono già alla vigilia di trials clinici, però impongono anche loro problemi di rigetto perché vengono da organismi geneticamente differenti, mentre la grossa speranza è di trasferire quello che si sta imparando dalle cellule staminali embrionali a cellule adulte come quelle che possono essere anche estratte dal tessuto adiposo, dal midollo osseo, dal sangue cordonale o da altri tessuti, o addirittura la riprogrammazione di cellule che sono specializzate con un’altra funzione, riprogrammarle a diventare cellule che producono insulina.
Qui tutto il campo della medicina rigenerativa assumerà, secondo me, un ruolo fondamentale perché penso che si arriverà alla completa eliminazione del problema del trapianto agendo addirittura sull’organismo e stimolando la rigenerazione di cellule che producono insulina da precursori che abbiamo già nel nostro corpo.

Senta professore, lei tre anni fa ha lanciato una grande sfida al ...”sistema” procedendo al primo trapianto di cellule del pancreas in una situazione di emergenza, ce la può raccontare?
È stato alla vigilia di Thanksgiving, del giorno del ringraziamento negli Stati Uniti, di tre anni fa, quando ci è arrivata una telefonata da Washington, dal Walter Reed Army Hospital, perché c’era un ragazzo di ventun’anni che era stato ferito in Afganistan da tre proiettili a alta velocità sparati a bruciapelo, e in fin di vita.
Ha subito una serie di operazioni, era stata rimossa una parte del pancreas, in un primo intervento erano riusciti a salvare l’ultima parte del pancreas, quasi metà dell’organo, però esponendolo al rischio di una delle forme più gravi di diabete. Perché quando un giovane perde, completamente, il pancreas non solo mancano le cellule che producono insulina, ma anche quelle che producono glucagone per cui è una delle forme più difficili da trattare di diabete perché mancano anche i sistemi controregolatori, per cui si passa molto più facilmente da un’iperglicemia a ipoglicemia.
Quello che mi aveva stupito è che abbiamo raggiunto un sistema regolamentare talmente complesso e talmente litigioso, con delle paure di cause legali e di un’immobilizzazione di tutti gli studi innovativi e che mirano a cercare di curare un paziente alla volta, mentre si cerca di sviluppare una cura che può salvare milioni di persone, … che in pratica mi avevano detto che non era possibile fare questo trapianto perché non avevo il permesso dall’ FDA ( ndr: Food and Drug Administration) , non c’era stato un valutation trial, non avevamo lo shipping … le condizioni di trasporto delle isole, non era mai stato fatto per questo tipo di trauma il tipo trapianto e così via.
Allora ho semplicemente aspettato che andassero tutti a casa, alla undici di sera mi son fatto mandare il pancreas comunque da Washington, dal Walter Reed , ho chiamato il team, tutti volontari, tutti che sapevano quello che stavamo facendo senza un permesso ufficiale, alle sei di mattina avevamo le cellule pronte, sono state inviate a Washington dove sono state infuse con un collegamento di telemedicina, istruendo il team del Walter Reed Medical Center su come effettuare il trapianto perché non l’avevano mai fatto.
È andato molto bene, il paziente è stato quasi immediatamente senza più bisogno di insulina esogena e poi è diventato un trapianto storico, è stato trasmesso da CNBC in tutti gli Stati Uniti, siamo finiti nella website dell’ NIH (ndr: National Institutes of Health www.nih.gov ) come esempio della ricerca, di come i fondi vengono spesi bene, nell’annual report dell’ NIH e così via.
Però per me è stato un segnale di come abbiamo raggiunto un sistema di regolamentazioni talmente complesse, dove l’unico ago della bilancia è evitare il rischio , dove si arriva a una situazione in cui la forma migliore per evitare il rischio è non fare niente. Questa progressiva evoluzione che determina tempi sempre più lunghi e fondi sempre più imponenti necessari a sviluppare una terapia innovativa stanno paralizzando completamente il sistema di sviluppo di nuove cure, è per questo che abbiamo creato questa alleanza, la Cure Focus Research Alliance (ndr: www.thecurealliance.org ) , che oggi raggruppa non solo ricercatori in tutto il mondo ma anche leaders del business e della filantropia internazionale, per cercare di superare queste barriere o ostacoli all’innovazione e allo sviluppo di cure.

Questo trapianto d’emergenza in pratica, se ho capito bene, è stato fatto su una persona che non aveva più il pancreas, quindi le cellule sono state impiantate nel fegato?
Sì! Come facciamo anche nel diabete di tipo I. In questo caso il vantaggio è che sono le sue stesse  cellule che prima erano perfettamente funzionanti, per cui a differenza del diabete autoimmune non erano state danneggiate da un processo immunitario, e inoltre essendo le proprie cellule non c’è bisogno di una terapia antirigetto, per cui hanno funzionato senza bisogno di alcun’altra terapia.
Questo è importante perché indica che in tutti i casi di trauma pancreatico, che è molto raro, ma più importante, di pancreatiti croniche in cui è necessario rimuovere il pancreas per il trattamento del dolore, per esempio, i pazienti o i medici devono sapere che è possibile estrarre le cellule che producono insulina, soprattutto se si anticipa la resezione chirurgica del pancreas senza aspettare fino a uno stadio avanzato, quando la funzione insulare è già compromessa, perché quando uno è già diabetico… vuol dire che la pancreatite, che è un’infiammazione, ha distrutto progressivamente le cellule che producono insulina e non si può più fare neanche il cosiddetto autotrapianto, che è quando si prende il pancreas prelevato chirurgicamente, si porta in laboratorio, si estraggono e purificano le cellule che producono insulina e si reimpiantano nel fegato del paziente stesso facendo una specie di ingegnerizzazione dell’organo, in cui il fegato diventa un doppio organo che fa sia la funzione del fegato che quella del pancreas.

Da tutto questo si può dedurre che c’è tanta ricerca che va nella buona direzione, ma ci sono anche tanti ostacoli…Allora secondo lei, data l’alta incidenza di diabetici nel mondo e gli altissimi costi sanitari e sociali che questa malattia cronica causa, si fa abbastanza per favorire la ricerca in questo campo?
Purtroppo non si fa abbastanza per una serie di ragioni, un effetto domino di ostacoli. La prima ragione è che c’è una forma di disinformazione: molti pensano che il diabete sia un fastidio, una malattia facilmente gestibile che si sviluppa quasi come una punizione in chi mangia troppi dolci, non fa una dieta, non fa esercizio fisico! Mentre il diabete, le forme più gravi come il diabete di tipo 1 che colpisce i giovani, è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario impazzisce, attacca selettivamente le cellule che producono insulina distruggendole, per cui è completamente indipendente dalla dieta o stile di vita che uno fa.
La confusione deriva dal fatto che c’è anche una forma di diabete dell’adulto, il diabete di tipo 2, che è legato anche a alimentazione e stile di vita, dove si è dimostrato invece che in questo caso la prevenzione, lo stile di vita e la dieta, possono avere un ruolo fondamentale nel prevenire la malattia.
C’è stato uno studio molto importante che ha dimostrato come una dieta appropriata unita ad esercizio fisico è in grado di prevenire più del 50% dei casi di diabete di tipo 2, meglio che un intervento farmacologico con farmaci che intensifica l’azione dell’ insulina. Per cui il fatto che c’è questa confusione porta a un livello di urgenza minore rispetto ad altre malattie perché dicono:
“Ormai, in fondo, per il diabete c’è l’insulina, c’è il microinfusore, si può gestire, non c’è problema”, in realtà rimane la principale forma di amputazione non traumatica, di cecità nell’adulto, d’insufficienza renale che richiede dialisi, e porta una serie di complicanze croniche e degenerative, devastanti, in molti pazienti che non vanno dimenticate.
Allo stesso tempo è diventato un tale mercato, per così dire, come malattia, che negli Stati Uniti oggi si spendono più di 210 miliardi di dollari all’anno per il diabete, per cui crea anche degli interessi enormi di tipo economico nel sviluppare dei trucchi sempre migliori per gestire la vita di ogni giorno di un paziente con il diabete, senza fare nulla per sviluppare una vera e propria cura che possa eradicare questa condizione!

Quindi in sintesi lei mi sta dicendo che l’industria farmaceutica che ha un grande ritorno economico da queste cure, diciamo così “normali”, attualmente in uso nella maggior parte dei diabetici, questo grande ritorno economico non motiva l’industria farmaceutica a finanziare una ricerca innovativa come quella che fa lei? È questo?
Non c’è un grosso incentivo economico, diciamo, non è che l’industria è cattiva o c’è una teoria della cospirazione, niente di tutto ciò, l’industria ha permesso di sviluppare delle tecnologie che aiutano nella vita di ogni giorno, e oggi, se uno è diabetico, è molto meglio di 30 anni fa, però l’insulina e questi aggeggi, aghi più sofisticati, molecole migliori e terapie di supporto migliori, son soltanto un cerotto su una ferita che non si rimarginerà mai perché non trattano la malattia di base, non eliminano la malattia.  
Per cui bisogna anche impegnarsi nella ricerca per una cura, che è un messaggio che lanciamo continuamente. Io sono nel board scientifico per la medicina rigenerativa di uno dei grossi gruppi multinazionali farmaceutici, ma sono rimasto stupito dal fatto che negli Stati Uniti soltanto si sono investiti in un anno 52 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo farmaceutico per sviluppare nuove molecole, nuovi farmaci, per un totale di 16-18 molecole per prolungare un po’ la sopravvivenza in presenza di malattie croniche degenerative, ma se si va a vedere quanto di questi 52 miliardi di dollari sono stati investiti per sviluppare una cura e sradicare condizioni come il diabete potrebbe sorprendere molta gente.

In pratica, in Europa, negli Stati Uniti, ci sono tali barriere, non tanto di tipo legislativo quanto di codici etici e di sicurezza che frenano un po’ questo tipo di ricerca. Esiste forse il pericolo che nelle grandi potenze emergenti come Cina, Russia, India dove queste regole sono molto meno restrittive, si trasferisca poi questo tipo di ricerca, a scapito della ricerca nei Paesi occidentali?
Senz’altro! Il rischio enorme è che si trasferirà lo sviluppo economico e queste nuove biotecnologie nei paesi dove sarà possibile anche sperimentare e innovare nuove terapie. C’è stato un intervento molto importante di Grow che era il chief operating officer, l’amministratore delegato dell’Intel Corporation a Pasadena, in California, al World Stem Cell Summit, la conferenza mondiale sulle cellule staminali, dove ha dato la lettura magistrale del congresso proprio sulla translational medicine, sulla medicina di trasferimento delle innovazioni ai pazienti, e dove ha fatto vedere, per esempio, l’articolo uscito quel giorno stesso, il 3 ottobre, nel Wall Street Journal americano, di Gottlieb che era il medico e che era il deputy commissioner della Food and Drug Administration tra il 2005 e il 2007 che si intitolava: “Come la Food and Drug Administration ti può costare la vita”, facendo vedere come questo ritardo nell’approvazione e nei criteri di monitoraggio dello sviluppo di nuove terapie possono portare a dei ritardi così imponenti …
Oggi la media, si parla di sviluppo per una nuova molecola, è di quasi dieci anni e di una spesa di 2 miliardi di dollari ! Chi si può permettere di sviluppare una nuova idea? Di sicuro non i giovani ricercatori emergenti all’interno di Università possono permettersi di portare avanti delle strategie di questo tipo: sono sempre più i blocchi economici.
Per cui se uno deve spendere questo tipo di soldi, con tempi così lunghi, poi naturalmente cerca un mercato che possa permettergli di recuperare l’investimento fatto. Per cui non investe di sicuro in una malattia che scompare domani ma in qualcosa che magari potrà consentire nei 17 anni di vita del brevetto di recuperare l’investimento fatto.

Lei, nella sua esperienza nel suo istituto di Miami, le è già capitato di dover o di voler bypassare queste regole e di fare delle sperimentazioni altrove?
Senz’altro, ogni giorno. Noi abbiamo proprio … a livello strategico noi abbiamo definito la nostra strategia d’istituto intorno ai pazienti e alla cura del diabete. La nostra missione è trovare una cura nella maniera più rapida, efficiente e sicura possibile, senza scorciatoie per quanto riguarda la sicurezza, ma senza neanche farci restare per anni con delle regole che non hanno nessun senso.
Per questo abbiamo creato inizialmente una federazione di centri in tutto il mondo che fanno parte della cosiddetta Diabetes Resource Institute Federation, tra cui anche il centro di Ginevra, quello di Edmonton, centri in Cina, Giappone e Sudamerica, Corea del Sud, che ci permettono di portare avanti strategie che riteniamo fondamentali per arrivare a una cura, indipendentemente dai blocchi che possono comparire in un paese o nell’altro.
Cioè il nostro modello è che bisogna agire in perfetta sicurezza, nel senso: i prodotti cellulari devono essere caratterizzati, essere sicuri, essere sterili, ma allo stesso tempo bisogna portare avanti un numero sempre maggiore di terapie innovative preliminari, i cosiddetti studi piloti. Quindi la nostra proposta concreta ai governi, che stiamo preparando, è di liberalizzare la fase zero o la fase “uno” di questi studi piloti per permettere a gruppi di ricercatori in centri accademici qualificati che diano garanzie di sicurezza come prodotti, di poter provare a curare l’umanità, non solo dal diabete, adesso con la creazione della Cure Alliance, questa “Cure focus research alliance”, abbiamo esteso questo concetto anche alla lotta al cancro, alle malattie neurodegenerative, alle malattie cardiovascolari, e all’ health care e a tutta la sanità in generale, per cui direi che è una strategia fondamentale, lo slogan di questa campagna è, di far capire al pubblico, è che “fra dieci anni a te, o a qualcuno a te molto vicino verrà diagnosticata una malattia oggi incurabile e l’unica probabilità di sopravvivenza risiede in quello che succede fra ora e dieci anni” e se continuiamo in questa direzione, con questi blocchi sempre più imponenti all’innovazione e lo sviluppo di cure, ci sarà un’altissima probabilità che questa cura fra dieci anni non ci sarà.

Un messaggio importante questo! Senta professor Ricordi, mi può dire ancora un’ultima cosa… fra queste collaborazioni internazionali, la collaborazione specifica con Ginevra per esempio, in che cosa consiste?
Con Ginevra intanto abbiamo trasferito, tutte le tecnologie di trapianto cellulare e discutiamo tutti i protocolli innovativi e le nuove forme d’immuno-modulazione e terapie antiinfiammatorie, anche lo shipment delle cellule, tra un centro e l’altro perché Ginevra ha anche creato questo crewing network di centri distributori di prodotti cellulari, perché il concetto è che non occorre avere un centro di trapianti cellulari in ogni ospedale, bastano dei centri regionali, che possono servire molte più università, centri accademici, ospedali… Abbiamo sempre avuto con Ginevra, dal professor Philippe Morel, che per primo era stato da noi, poi a  Thierry Berney e più recentemente altri giovani ricercatori, Josè Huberholz, poi c’è stato un grande scambio fra Miami e Ginevra, e anche fra Ginevra ed Edmonton, e adesso Chicago e tutti i centri in rete, per cui il concetto è di eliminare le barriere geografiche alla collaborazione scientifica, perché quando si combatte una malattia che uccide un paziente ogni quattro secondi, l’unico atto criminale è impedire l’innovazione verso una cura, per cui lavorare in isolamento senza collaborare, senza avere  scambio aperto di tutto ciò che conosciamo, ogni volta che si introduce un impedimento, o un ritardo nello sviluppo di una cura di un anno è come essere indirettamente responsabili alle morti che intervengono in quel periodo … per cui il nostro concetto – strategia, quello che devono firmare tutti i ricercatori che fanno parte di questa alleanza è che sono disposti a lavorare e ad aiutare altri centri come se fossero il proprio gruppo di ricerca, quindi a un’apertura e una collaborazione totale.
Questa è una delle fasi salienti della lunga storia iniziata col primo trapianto che ha avuto successo all’università di Pittsburg nel 1990, che abbiamo effettuato in una paziente di 15 anni, un caso particolare, che doveva ricevere un trapianto di fegato dopo una resezione molto estesa di organi addominali per un tumore molto esteso. Siccome avevano dovuto asportare il fegato e il pancreas insieme ad altri organi addominali e le era stato ritrapiantato il fegato da un donatore, abbiamo prelevato il pancreas dallo stesso donatore, estraendo e purificando le cellule insulari e poi infondendole nel fegato della paziente, riingegnerizzandolo a diventare un doppio organo . Questo è un po’ stato l’approccio clinico al trapianto di isole dagli inizi, dalla fine degli anni 80, in cui per non andare a rimpiantare le isole nel pancreas, che è un organo molto delicato dove si rischia pancreatite e altre complicazioni, il fegato offriva un’area metabolica molto più idonea perché riccamente vascolarizzata.
Queste cellule vengono infuse, come una trasfusione di sangue, nella vena principale del fegato, la vena porta, e vengono intrappolate dal filtro capillare del fegato, dove vengono poi rivascolarizzate, entro le successive 2-3 settimane, prevalentemente dal sistema dell’arteria epatica.
In pratica il trapianto di isole consiste nel primo passo, che è l’estrazione delle cellule che producono l’insulina dal pancreas umano e la loro purificazione, per cui si parte da un organo di 100-120 grammi e si estrae l’1% delle cellule, quelle che producono insulina che sono contenute in queste strutture microscopiche, che sono distribuite in centinaia di migliaia nel pancreas umano.
Una volta purificato l’atto del trapianto diventa molto semplice come una trasfusione di sangue, che viene effettuata prevalentemente oggi nel fegato perché è un organo riccamente vascolarizzato con una grande superficie e vengono infuse nel fegato per via vascolare o per gravità, come la trasfusione del sangue, permettendo a questi grappoli di cellule di rimanere intrappolati dal filtro epatico, dove vengono rivascolarizzate, ingegnerizzando il fegato come un doppio organo che svolge sia la funzione del fegato che quella del pancreas endocrino, ovvero la produzione di insulina per curare il diabete.

Milano, 16 novembre 2011


“fra dieci anni a te, o a qualcuno a te molto vicino verrà diagnosticata una malattia oggi incurabile e l’unica probabilità di sopravvivenza risiede in quello che succede fra ora e dieci anni”
Camillo Ricordi


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