La corta e lunga storia dell’HbA1c (A1c, emoglobina glicosilata o glicata)

L’emoglobina è una molecola (proteina) contenente i globuli rossi, che dà il colore rosso al sangue e trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti periferici, rispettivamente l’anidride carbonica in senso contrario.

Da 60 anni si sa che l’emoglobina A, che fa circa il 97 % dell’emoglobina totale, è costituita da 3 componenti minori, l’HbA1a, l’ HbA1b e HbA1c. Negli anni  successivi venne dimostrato che una parte dell’emoglobina è glicata, cioè si combina con il glucosio, in modo particolare nei diabetici. Soltanto molti anni dopo nel 1972 si scoprì che l’incremento dell’emoglobina glicata concerne prevalentemente la componente A1c e dipende da un fenomeno spontaneo, non enzimatico, che avviene cioè soltanto a causa dell’esposizione dell’emoglobina al glucosio sotto forma di un processo irreversibile nell’arco della vita di un globulo rosso (che dura 3 mesi). A quel punto la storia dell’HbA1c saltò dalla chimica alla clinica medica e soppiantò rapidamente tutti gli altri parametri di valutazione del controllo metabolico del diabete, quando divenne evidente che la concentrazione dell’HbA1c rifletteva la concentrazione media della glicemia delle ultime 4-12 settimane.

Per lungo tempo, anzi praticamente fino a oggi, sono però persistiti importanti problemi per quanto riguarda la metodologia, tant’è vero che ogni metodo e ogni laboratorio dava dei risultati un po’differenti e non confrontabili fra loro. Nacque perciò l’esigenza di trovare una standardizzazione, Un grosso passo in avanti lo fecero gli autori dello studio DCCT nel 1993, che centralizzarono tutte le misurazioni in un unico laboratorio e furono tra i primi a stabilire quale fosse il rischio di complicazioni in base al valore dell’HbA1c. Nel 1995 la Federazione internazionale della chimica clinica e della medicina di laboratorio (IFCC) venne incaricata di sviluppare un metodo di riferimento accettato in tutto il mondo e che misurasse effettivamente la sola A1c, lavoro terminato con successo nel 2004 con l’accettazione del metodo da parte di tutte le associazioni nazionali.

Ma il progresso spesso porta anche nuovi problemi e difficoltà. Il metodo dell’IFCC è infatti complicato, richiede un equipaggiamento costoso e non può quindi essere usato nella routine quotidiana ma solo per calibrare gli apparecchi di laboratorio. Inoltre dato che misura esclusivamente l’HbA1c, e non le altre componenti, come è il caso per gli altri metodi, i valori sono di circa il 2% più bassi. L’IFCC raccomanda anche per motivi scientifici di esprimere i risultati, non in %,  ma in un altra unità di misura, ciò vuol dire che i valori normali andrebbero da 29 a 43. L’adozione di queste misure causerebbe comunque una grande confusione a noi tutti, abituati ormai da 15 anni a riferirci ai valori dello studio DCCT. Le associazioni europea e americana del diabete hanno quindi formato un gruppo di studio assieme a rappresentanti dell’IFCC per tentare di trovare un accordo e anche un’ulteriore semplificazione, sostituendo il valore dell’HbA1c con il calcolo o la stima della glicemia media. A questo scopo sono stati necessari nuovi studi, in quanto quelli a disposizione erano ancora scarsi e insufficienti. Ora alla fine dell’estate scorsa è appena stato pubblicato uno studio adeguato ed è poco probabile che nuovi studi diano informazioni più dettagliate. La correlazione non è perfetta, anche perché le misurazioni sia della glicemia, sia dell’HbA1c, come ogni misura di laboratorio, hanno una certa imprecisione, oltre naturalmente al fatto che la glicemia media effettiva e la media delle glicemie degli autocontrolli non sono per definizione la stessa cosa.

Le associazioni europea e americana del diabete (e man mano anche le varie associazioni nazionali) consigliano perciò per il momento ai laboratori di usare 3 valori, il valore DCCT, il valore IFCC (che verrà probabilmente ignorato) e la glicemia media, inoltre di fare delle campagne di sensibilizzazione per fare in modo che tutti i diabetici conoscano la propria glicemia media, per poi passare in futuro possibilmente più solo a quest’ultimo parametro.

Dr. Fabio Ramelli

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La corta e lunga storia dell’HbA1c (A1c, emoglobina glicosilata o glicata)

L’emoglobina è una molecola (proteina) contenente i globuli rossi, che dà il colore rosso al sangue e trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti periferici, rispettivamente l’anidride carbonica in senso contrario.

Da 60 anni si sa che l’emoglobina A, che fa circa il 97 % dell’emoglobina totale, è costituita da 3 componenti minori, l’HbA1a, l’ HbA1b e HbA1c. Negli anni  successivi venne dimostrato che una parte dell’emoglobina è glicata, cioè si combina con il glucosio, in modo particolare nei diabetici. Soltanto molti anni dopo nel 1972 si scoprì che l’incremento dell’emoglobina glicata concerne prevalentemente la componente A1c e dipende da un fenomeno spontaneo, non enzimatico, che avviene cioè soltanto a causa dell’esposizione dell’emoglobina al glucosio sotto forma di un processo irreversibile nell’arco della vita di un globulo rosso (che dura 3 mesi). A quel punto la storia dell’HbA1c saltò dalla chimica alla clinica medica e soppiantò rapidamente tutti gli altri parametri di valutazione del controllo metabolico del diabete, quando divenne evidente che la concentrazione dell’HbA1c rifletteva la concentrazione media della glicemia delle ultime 4-12 settimane.

Per lungo tempo, anzi praticamente fino a oggi, sono però persistiti importanti problemi per quanto riguarda la metodologia, tant’è vero che ogni metodo e ogni laboratorio dava dei risultati un po’differenti e non confrontabili fra loro. Nacque perciò l’esigenza di trovare una standardizzazione, Un grosso passo in avanti lo fecero gli autori dello studio DCCT nel 1993, che centralizzarono tutte le misurazioni in un unico laboratorio e furono tra i primi a stabilire quale fosse il rischio di complicazioni in base al valore dell’HbA1c. Nel 1995 la Federazione internazionale della chimica clinica e della medicina di laboratorio (IFCC) venne incaricata di sviluppare un metodo di riferimento accettato in tutto il mondo e che misurasse effettivamente la sola A1c, lavoro terminato con successo nel 2004 con l’accettazione del metodo da parte di tutte le associazioni nazionali.

Ma il progresso spesso porta anche nuovi problemi e difficoltà. Il metodo dell’IFCC è infatti complicato, richiede un equipaggiamento costoso e non può quindi essere usato nella routine quotidiana ma solo per calibrare gli apparecchi di laboratorio. Inoltre dato che misura esclusivamente l’HbA1c, e non le altre componenti, come è il caso per gli altri metodi, i valori sono di circa il 2% più bassi. L’IFCC raccomanda anche per motivi scientifici di esprimere i risultati, non in %,  ma in un altra unità di misura, ciò vuol dire che i valori normali andrebbero da 29 a 43. L’adozione di queste misure causerebbe comunque una grande confusione a noi tutti, abituati ormai da 15 anni a riferirci ai valori dello studio DCCT. Le associazioni europea e americana del diabete hanno quindi formato un gruppo di studio assieme a rappresentanti dell’IFCC per tentare di trovare un accordo e anche un’ulteriore semplificazione, sostituendo il valore dell’HbA1c con il calcolo o la stima della glicemia media. A questo scopo sono stati necessari nuovi studi, in quanto quelli a disposizione erano ancora scarsi e insufficienti. Ora alla fine dell’estate scorsa è appena stato pubblicato uno studio adeguato ed è poco probabile che nuovi studi diano informazioni più dettagliate. La correlazione non è perfetta, anche perché le misurazioni sia della glicemia, sia dell’HbA1c, come ogni misura di laboratorio, hanno una certa imprecisione, oltre naturalmente al fatto che la glicemia media effettiva e la media delle glicemie degli autocontrolli non sono per definizione la stessa cosa.

Le associazioni europea e americana del diabete (e man mano anche le varie associazioni nazionali) consigliano perciò per il momento ai laboratori di usare 3 valori, il valore DCCT, il valore IFCC (che verrà probabilmente ignorato) e la glicemia media, inoltre di fare delle campagne di sensibilizzazione per fare in modo che tutti i diabetici conoscano la propria glicemia media, per poi passare in futuro possibilmente più solo a quest’ultimo parametro.

Dr. Fabio Ramelli

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