Obesità, Diabete e Cancro

Premesse
Esiste una ormai accertata evidenza epidemiologica che permette d’affermare che l’obesità si accompagna più frequentemente di carcinomi. In particolare, questa associazione si riscontra per alcuni tumori maligni quali il carcinoma del colon, il carcinoma dei reni e quello dell’esofago e per la donna per il carcinoma del seno e dell’endometrio dell’utero.
Definizione:
quando è lecito parlare d’obesità? Il problema è stato risolto a livello mondiale sulla base dell’indice della massa corporea che nel gergo anglosassone viene scritta con la sigla BMI = Body Mass Index. Esso si ottiene dividendo il peso per il doppio dell’altezza, espresso in metri. Cosi ad esempio, per una persona di 175 cm d’altezza e con un peso corporeo di 80 Kg. il BMI sarà:

80: (1.75 X 1,75)=
80 : 3.06 = 26.1 Kg/m2

Secondo la definizione si parlerà di sovrappeso quando il BMI è superiore a 25 e di obesità quando è superiore a 30 Kg/m2. Quindi, per la persona presa in considerazione sarebbe lecito parlare di sovrappeso. In Svizzera si calcola che nel decennio 1992-2002, la percentuale di persone in sovrappeso è aumentata dal 25 al 29%, mentre la percentuale degli obesi è passato dal 5,5 al 8%, come segnalato dall’Ufficio Federale di statistica.

I meccanismi responsabili.
A prima vista, sembrerebbe impossibile ed impensabile mettere in relazione l’eccedenza ponderale all’insorgenza di tumori maligni, eppure la cosa non è più cosi strampalata né tantomeno impossibile alla luce delle nuove acquisizioni nel campo della biologia molecolare, segnatamente alla luce del ruolo del tessuto adiposo, quale organo endocrino, capace di secernere dei fattori (leggi: adipochine) che intervengono nel metabolismo del glucosio e dei grassi, allo scopo di equilibrare la bilancia energetica: e qui entra in gioco la sindrome metabolica, di cui abbiamo già ripetutamente parlato anche in questo Giornale, correlata con l’obesità e con l’insulino-resistenza, una condizione metabolica ben conosciuta e caratterizzata da una diminuita sensibilità dei muscoli e del fegato nei confronti dell’insulina. Questa insulino-resistenza porterà dapprima ad un aumento della secrezione insulinica, ossia ad una iperinsulinemia e col tempo ad una predisposizione al diabete e col passare degli anni ad un diabete mellito di tipo 2! I mediatori secreti dal tessuto adiposo sono parecchi (adiponectina, leptina, resistina).

A loro si accompagna un eccesso di sostanze aventi una attività pro-infiammatoria (il TNF alfa-il Tumor necrosis factoralfa, l’interleuchina 6, ecc.) ma soprattutto un eccesso di acidi grassi, responsabile della lipotossicità.
L’insulino-resistenza e l’iperinsulinemia che ne consegue, sono correlate con la carcinogenesi, ossia la formazione di tessuto canceroso nel colon, nel pancreas, nel seno e dell’endometrio. L’iperinsulinismo, ad esempio, aumenta l’ormone della crescita, che a sua volta sollecita lo sviluppo tumorale favorendo la proliferazione cellulare. Anche i meccanismi immunitori di difesa anti-tumorali vengono indeboliti dalla presenza di sostanze ossidanti reattive che solitamente sono aumentate nell’obesità.

Conclusioni
Insomma, al di là delle complesse correlazioni fisio-patologiche che sono coinvolte, appare sempre più evidente che per alcune forme tumorali maligne esiste una relazione di causalità diretta o indiretta con l’obesità, quest’ultima correlata con la sindrome metabolica e questa, per finire, correlata col diabete! Quest’ultima ha già fatto oggetto ripetutamente di ampie discussioni per le sue conseguenze deleterie dal punto di vista cardio-circolatorio. Ecco che ora spunta un’altra complicazione (e quale complicazione!) da attribuire essa pure all’eccesso ponderale. A non avere dubbi, l’esortazione a lottare contro l’obesità tramite un cambiamento di stile di vita (lotta alla sedentarietà e norme dietetiche) trova una ulteriore importante motivazione: ridurre il rischio di tumori maligni. Un segnale d’allarme che dovrebbe essere recepito da tutti, anche dagli operatori sanitari e non solo dai pazienti, per aumentare l’impegno ed assicurare un avvenire migliore a tutti coloro che sono in sovrappeso, una popolazione ormai sempre più numerosa!

Dr. V. Tatti

Bibliografia
M.Ceschi, F.Gutzwiller e coll.
Epidemiology and pathophysiology of obesity as a cause of cancer.
Swiss Med. Weekly, 137, 27, 2007.

I Glitazoni nella fase iniziale della terapia del DMT2

Lo studio ADOPT ha confrontato i risultati nei casi di diabete iniziale, ottenuti utilizzando un solo medicamento e osservando la durata che intercorre sino all’inizio d’una duplice terapia. I medicamenti utilizzati sono stati 3: un glitazone, una metformina ed un sulfamidico. Orbene, il glitazone è quello che si è rivelato il migliore, la sua durata d’azione si è rivelata la più lunga, in secondo posizione troviamo la metformina ed in terza posizione il sulfamidico. Questo risultato positivo è stato interpretato come la conseguenza della diminuzione della resistenza all’insulina che è tipica dei glitazoni.
Sinora la metformina si era dimostrata come il medicamento di prima scelta nella terapia iniziale del DMT2, pertanto lo studio attuale inserisce in prima posizione un glitazone, allagando così le possibilità terapeutiche.
Tuttavia, l’inconveniente maggiore è basato sui costi dei glitazoni, tuttora sempre troppo elevati, per cui, accanto agli altri medicamenti non vanno dimenticati gli altri presidii terapeutici del diabete di Tipo 2: l’esercizio fisico e l’alimentazione, senza i quali è praticamente impossibile ottenere dei risultati efficaci ed in particolare una Hb A1c sotto il 7%!

Ancora due osservazioni:

  • 1
    i migliori risultati ottenuti coi glitazoni sono stati osservati nelle persone più anziane e con una obesità, ossia con una circonferenza addominale elevata
  • 2
    con i glitazonici sono state osservate nelle donne una frequenza più elevata di fratture agli arti inferiori e superiori

Pertanto se ne può dedurre che:

  • l’utilizzo dei glitazoni potrà essere indicato nei pazienti anziani ed obesi
  • l’impiego potrà essere riservato nelle donne, escludendo una osteoporosi ed assumendo eventualmente un atteggiamento profilattico-terapeutico nei suoi confronti.

Dr. V. Tatti

Bibliografia:
KAHN,S.E. e coll.
Glycemic Durability of Rosiglitazone,
Metformin or Glyburid Monotherapy.
N.Engl. J.Med. 2006: 355, 2427

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Obesità, Diabete e Cancro

Premesse
Esiste una ormai accertata evidenza epidemiologica che permette d’affermare che l’obesità si accompagna più frequentemente di carcinomi. In particolare, questa associazione si riscontra per alcuni tumori maligni quali il carcinoma del colon, il carcinoma dei reni e quello dell’esofago e per la donna per il carcinoma del seno e dell’endometrio dell’utero.
Definizione:
quando è lecito parlare d’obesità? Il problema è stato risolto a livello mondiale sulla base dell’indice della massa corporea che nel gergo anglosassone viene scritta con la sigla BMI = Body Mass Index. Esso si ottiene dividendo il peso per il doppio dell’altezza, espresso in metri. Cosi ad esempio, per una persona di 175 cm d’altezza e con un peso corporeo di 80 Kg. il BMI sarà:

80: (1.75 X 1,75)=
80 : 3.06 = 26.1 Kg/m2

Secondo la definizione si parlerà di sovrappeso quando il BMI è superiore a 25 e di obesità quando è superiore a 30 Kg/m2. Quindi, per la persona presa in considerazione sarebbe lecito parlare di sovrappeso. In Svizzera si calcola che nel decennio 1992-2002, la percentuale di persone in sovrappeso è aumentata dal 25 al 29%, mentre la percentuale degli obesi è passato dal 5,5 al 8%, come segnalato dall’Ufficio Federale di statistica.

I meccanismi responsabili.
A prima vista, sembrerebbe impossibile ed impensabile mettere in relazione l’eccedenza ponderale all’insorgenza di tumori maligni, eppure la cosa non è più cosi strampalata né tantomeno impossibile alla luce delle nuove acquisizioni nel campo della biologia molecolare, segnatamente alla luce del ruolo del tessuto adiposo, quale organo endocrino, capace di secernere dei fattori (leggi: adipochine) che intervengono nel metabolismo del glucosio e dei grassi, allo scopo di equilibrare la bilancia energetica: e qui entra in gioco la sindrome metabolica, di cui abbiamo già ripetutamente parlato anche in questo Giornale, correlata con l’obesità e con l’insulino-resistenza, una condizione metabolica ben conosciuta e caratterizzata da una diminuita sensibilità dei muscoli e del fegato nei confronti dell’insulina. Questa insulino-resistenza porterà dapprima ad un aumento della secrezione insulinica, ossia ad una iperinsulinemia e col tempo ad una predisposizione al diabete e col passare degli anni ad un diabete mellito di tipo 2! I mediatori secreti dal tessuto adiposo sono parecchi (adiponectina, leptina, resistina).

A loro si accompagna un eccesso di sostanze aventi una attività pro-infiammatoria (il TNF alfa-il Tumor necrosis factoralfa, l’interleuchina 6, ecc.) ma soprattutto un eccesso di acidi grassi, responsabile della lipotossicità.
L’insulino-resistenza e l’iperinsulinemia che ne consegue, sono correlate con la carcinogenesi, ossia la formazione di tessuto canceroso nel colon, nel pancreas, nel seno e dell’endometrio. L’iperinsulinismo, ad esempio, aumenta l’ormone della crescita, che a sua volta sollecita lo sviluppo tumorale favorendo la proliferazione cellulare. Anche i meccanismi immunitori di difesa anti-tumorali vengono indeboliti dalla presenza di sostanze ossidanti reattive che solitamente sono aumentate nell’obesità.

Conclusioni
Insomma, al di là delle complesse correlazioni fisio-patologiche che sono coinvolte, appare sempre più evidente che per alcune forme tumorali maligne esiste una relazione di causalità diretta o indiretta con l’obesità, quest’ultima correlata con la sindrome metabolica e questa, per finire, correlata col diabete! Quest’ultima ha già fatto oggetto ripetutamente di ampie discussioni per le sue conseguenze deleterie dal punto di vista cardio-circolatorio. Ecco che ora spunta un’altra complicazione (e quale complicazione!) da attribuire essa pure all’eccesso ponderale. A non avere dubbi, l’esortazione a lottare contro l’obesità tramite un cambiamento di stile di vita (lotta alla sedentarietà e norme dietetiche) trova una ulteriore importante motivazione: ridurre il rischio di tumori maligni. Un segnale d’allarme che dovrebbe essere recepito da tutti, anche dagli operatori sanitari e non solo dai pazienti, per aumentare l’impegno ed assicurare un avvenire migliore a tutti coloro che sono in sovrappeso, una popolazione ormai sempre più numerosa!

Dr. V. Tatti

Bibliografia
M.Ceschi, F.Gutzwiller e coll.
Epidemiology and pathophysiology of obesity as a cause of cancer.
Swiss Med. Weekly, 137, 27, 2007.

I Glitazoni nella fase iniziale della terapia del DMT2

Lo studio ADOPT ha confrontato i risultati nei casi di diabete iniziale, ottenuti utilizzando un solo medicamento e osservando la durata che intercorre sino all’inizio d’una duplice terapia. I medicamenti utilizzati sono stati 3: un glitazone, una metformina ed un sulfamidico. Orbene, il glitazone è quello che si è rivelato il migliore, la sua durata d’azione si è rivelata la più lunga, in secondo posizione troviamo la metformina ed in terza posizione il sulfamidico. Questo risultato positivo è stato interpretato come la conseguenza della diminuzione della resistenza all’insulina che è tipica dei glitazoni.
Sinora la metformina si era dimostrata come il medicamento di prima scelta nella terapia iniziale del DMT2, pertanto lo studio attuale inserisce in prima posizione un glitazone, allagando così le possibilità terapeutiche.
Tuttavia, l’inconveniente maggiore è basato sui costi dei glitazoni, tuttora sempre troppo elevati, per cui, accanto agli altri medicamenti non vanno dimenticati gli altri presidii terapeutici del diabete di Tipo 2: l’esercizio fisico e l’alimentazione, senza i quali è praticamente impossibile ottenere dei risultati efficaci ed in particolare una Hb A1c sotto il 7%!

Ancora due osservazioni:

  • 1
    i migliori risultati ottenuti coi glitazoni sono stati osservati nelle persone più anziane e con una obesità, ossia con una circonferenza addominale elevata
  • 2
    con i glitazonici sono state osservate nelle donne una frequenza più elevata di fratture agli arti inferiori e superiori

Pertanto se ne può dedurre che:

  • l’utilizzo dei glitazoni potrà essere indicato nei pazienti anziani ed obesi
  • l’impiego potrà essere riservato nelle donne, escludendo una osteoporosi ed assumendo eventualmente un atteggiamento profilattico-terapeutico nei suoi confronti.

Dr. V. Tatti

Bibliografia:
KAHN,S.E. e coll.
Glycemic Durability of Rosiglitazone,
Metformin or Glyburid Monotherapy.
N.Engl. J.Med. 2006: 355, 2427

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