Prevenzione del diabete di tipo 2: cambiare lo stile di vita!

Epidemia mondiale!
La diffusione del diabete di tipo 2 nel mondo sta assumendo un carattere epidemico: infatti, secondo le proiezioni della Federazione Internazionale del Diabete (IDF) la popolazione diabetica dovrebbe raddoppiare entro il 2025, passando dagli attuali 150 ai 300 milioni!
Orbene, il diabete di tipo 2 è quello che coinvolge il 90% di tutti i diabetici, quindi la stragrande maggioranza, ed è pure quella forma che paga il più pesante tributo dal profilo dei costi sociali ed umani. L'aumento massiccio del diabete di tipo 2 è legato in primo luogo a due fatti: l'obesità e la sedentarietà. Pertanto: l'aumento incredibile della malattia, previsto nel corso dei prossimi anni impone delle contro-misure di prevenzione sia contro l'obesità sia contro la sedentarietà, e la cui efficacia è ormai dimostrata in modo inequivocabile.

Misure di prevenzione
L'interesse della messa in opera precoce di misure di prevenzione igienico-dietetiche nei confronti della popolazione a rischio, nell'ottica di ritardare o di prevenire l'apparizione d'un diabete di tipo 2, è già stata evidenziata da numerosi studi e segnatamente, ultimo in data, dallo studio finlandese di TUOMILETHO e Coll. apparso sul prestigioso N. Engl. J. of Med. (1).
Questo studio, che ha coinvolto diverse centinaia di pazienti osservati per 4-5 anni che presentavano dei disturbi della tolleranza al glucosio, ha evidenziato una incidenza nettamente inferiore d'un diabete manifesto dopo delle consultazioni che implicavano dei consigli dietetici e l'esigenza d'esercizi fisici frequenti (3 volte alla settimana) rispetto al gruppo che non ha cambiato le sue abitudini di vita. Negli Stati Uniti, uno studio analogo e molto importante, è tuttora ancora in corso, ma i risultati preliminari mostrano una riduzione del 50% del rischio diabete nelle persone che hanno modificato il loro stile di vita. Lo studio in questione, che si chiama "Diabetes Prevention Program", verrà pubblicato nella sua stesura definitiva soltanto fra 2 anni, ma costituirà una pietra miliare nella lotta contro il diabete.

La popolazione a rischio

  • anamnesi familiare positiva: per il diabete di tipo 2, se un genitore è diabetico, il rischio per i suoi figli è del 40%.
  • sovraccarico ponderale, con un BMI superiore del 25 Kg/m2, i depositi di adipe sono soprattutto localizzati in sede addominale e si ritiene che una circonferenza superiore a 102 cm. è già di per se, un fattore di rischio.
  • la mancanza d'esercizio fisico, ossia la sedentarietà.
  • l'appartenenza razziale, a gruppi etnici particolarmente predisposti come gli asiatici dell'estremo oriente o gli afro-americani.
  • l'esistenza di disturbi associati alla resistenza all'insulina come, oltre all'obesità, l'ipertensione arteriosa, la dislipidemia, la sindrome delle ovaia policistiche.
  • dopo un diabete della gravidanza o dopo aver partorito un bambino il cui peso alla nascita è superiore a 4,5 Kg.

Il depistaggio
Definiti i criteri che permettono di identificare le persone a rischio, occorre andare a scovarli e per cercarli bisogna praticare un depistaggio sistematico nella popolazione. E' possibile, beninteso, sulla base dei criteri più sopra enunciati, che di fronte al singolo caso, ossia ad una persona a rischio, si proceda all'esecuzione del dosaggio della glicemia (in modo estemporaneo o, preferibilmente a digiuno), oppure all'esecuzione d'una curva glicemica da carico. Tuttavia una ricerca troppo selettiva coinvolgerebbe un numero troppo modesto di persone e non permetterebbe di fare una prevenzione primaria efficace.
Questo scopo lo si può raggiungere, per il diabete di tipo 2, soltanto con un depistaggio sistematico di tutta la popolazione adulta. L'urgenza d'una siffatta ricerca si giustifica per 5 motivi principali:

  1. il diabete di tipo 2 coinvolge già attualmente il 4-5% della popolazione, ma la diffusione aumenterà in modo esponenziale nei prossimi 20-25 anni.
  2. il diabete di tipo 2, nel suo stadio iniziale, non presenta sintomi particolari e può evolvere per parecchi anni all'insaputa del paziente ed infatti si ritiene che la metà della popolazione diabetica non sa di esserlo.
  3. è dimostrato che, oggi, al momento della scoperta del diabete, almeno il 20-30% presenta già delle complicazioni dovute al diabete, (complicazioni micro-angiopatiche quali una retinopatia, una polineuropatia od una nefropatia incipiente)
  4. è dimostrato che un cambiamento nello stile di vita può evitare o perlomeno dilazionare l'apparizione del diabete sulla scena clinica in modo oltremodo significativo.
  5. è dimostrato che i pazienti che presentano una intolleranza al glucosio od una sindrome dismetabolica (o sindrome X) hanno un rischio più elevato d'andare incontro a complicazioni macro-angiopatiche: infarto del miocardio, ictus cerebrale come evidenziato dallo studio DECODE che ha coinvolto oltre 20'000 pazienti! (2)

I criteri diagnostici
Una volta stabiliti i criteri che definiscono i pazienti a rischio e stabilita l'opportunità, anzi la necessità, d'andare a ricercare le persone che già sono diabetiche senza saperlo oppure quelle che potenzialmente lo potrebbero diventare, occorre stabilire dei criteri diagnostici che permetterebbero, sulla base del dosaggio delle glicemie, d'inserire le singole persone in una o l'altra categoria oppure d'escludere, in modo tassativo la presenza d'una predisposizione e, a maggior ragione, la presenza d'un diabete già in atto.
Nel 1997, I'ADA (American Diabetes Association) ha introdotto dei nuovi criteri diagnostici, ossia: (3)

  • i valori normali non superano 6,1 mmol/l. a digiuno
  • valori tra 6,1 e 7,0 mmol/l. traducono la presenza d'una alterata glicemia a digiuno (Impaired Fasting Glucose = I.F.G.).
  • valori superiori a 7,0 mmol/l. a digiuno confermano la presenza d'un diabete.
  • Glicemia estemporanea (eseguita non a digiuno ma, a casaccio, nel corso della giornata): se superiore a 11,1 mmol/l. (200 mg%): diabete!

La curva glicemica da carico
L'esecuzione d'una curva glicemica da carico è oggetto di contestazione con le direttive dell'OMS. Infatti, I'ADA ritiene la sua esecuzione superflua, soprattutto per le ricerche di massa in quanto, necessitando almeno 2 dosaggi della glicemia (il primo a digiuno ed il secondo 2 h. dopo l'ingestione di 75 gr. di glucosio purissimo), è un esame che richiede troppo tempo ed è troppo costoso. Meglio, dice l'ADA, un solo dosaggio al mattino a digiuno.
Non è vero, dice l'OMS, la curva della glicemia provocata è più sensibile ed i valori a 2 h. superiori a 7,8 ed oscillanti tra 7,8 e 11,1 mmol/l. definiscono una alterata tolleranza al glucosio (IGT = Impaired Glucose Tolerance), un gruppo di persone che, se non diventeranno tutte diabetiche presentano però un rischio più elevato di complicazioni cardio-vascolari (4).

Conclusioni
Oggigiorno, sta diffondendosi un atteggiamento sempre più aggressivo, orientato sulla ricerca sistematica nella popolazione generale, dei casi a rischio e/o di diabetici non ancora conosciuti tramite delle azioni di massa eseguite a tappeto nella popolazione (depistaggio).
In questi ambiti, la partecipazione e la collaborazione delle Associazioni per il diabete, già operanti sul territorio, sarà di primaria importanza: infatti, esse saranno chiamate ad esercitare un ruolo predominante, mettendo a disposizione il materiale necessario, il personale e, insomma, la loro esperienza, collaborando, in prima linea con le autorità sanitarie o con le organizzazioni non governative interessate a questa problematica e, in generale, coinvolte nella tutela della salute pubblica.

Dr. V. Tatti


Bibliografia

  1. TUOMILEHTO, J. LINDSTROM, J. ERIKSSON, JG. e coll.
    Prevention of type 2 diabetes mellitus by changes in lifestyle among subjects with impaired glucose tolerance.
    N. Engl. ~. Med. 344, 1343-50, 2001.
  2. DECODE Study Group: Glucose tolerance and mortality: comparison of WHO and American Diabetic Association diagnostic criteria.
    The Lancet: 354, 617-21, 1999.
  3. Report of the Expert Committee on the Diagnosis and Classification of Diabetes mellitus.
    Diabetes Care: 20, 1183, 1997.
  4. ALBERTI KGMM and ZIMMET PZ for the WHO consultations.
    Definition, diagnosis and classification of diabetes mellitus.
    Provisional report of a WHO consultation.
    Diab. Med.: 15, 539-53, 1998.

Torna sù

Prevenzione del diabete di tipo 2: cambiare lo stile di vita!

Epidemia mondiale!
La diffusione del diabete di tipo 2 nel mondo sta assumendo un carattere epidemico: infatti, secondo le proiezioni della Federazione Internazionale del Diabete (IDF) la popolazione diabetica dovrebbe raddoppiare entro il 2025, passando dagli attuali 150 ai 300 milioni!
Orbene, il diabete di tipo 2 è quello che coinvolge il 90% di tutti i diabetici, quindi la stragrande maggioranza, ed è pure quella forma che paga il più pesante tributo dal profilo dei costi sociali ed umani. L'aumento massiccio del diabete di tipo 2 è legato in primo luogo a due fatti: l'obesità e la sedentarietà. Pertanto: l'aumento incredibile della malattia, previsto nel corso dei prossimi anni impone delle contro-misure di prevenzione sia contro l'obesità sia contro la sedentarietà, e la cui efficacia è ormai dimostrata in modo inequivocabile.

Misure di prevenzione
L'interesse della messa in opera precoce di misure di prevenzione igienico-dietetiche nei confronti della popolazione a rischio, nell'ottica di ritardare o di prevenire l'apparizione d'un diabete di tipo 2, è già stata evidenziata da numerosi studi e segnatamente, ultimo in data, dallo studio finlandese di TUOMILETHO e Coll. apparso sul prestigioso N. Engl. J. of Med. (1).
Questo studio, che ha coinvolto diverse centinaia di pazienti osservati per 4-5 anni che presentavano dei disturbi della tolleranza al glucosio, ha evidenziato una incidenza nettamente inferiore d'un diabete manifesto dopo delle consultazioni che implicavano dei consigli dietetici e l'esigenza d'esercizi fisici frequenti (3 volte alla settimana) rispetto al gruppo che non ha cambiato le sue abitudini di vita. Negli Stati Uniti, uno studio analogo e molto importante, è tuttora ancora in corso, ma i risultati preliminari mostrano una riduzione del 50% del rischio diabete nelle persone che hanno modificato il loro stile di vita. Lo studio in questione, che si chiama "Diabetes Prevention Program", verrà pubblicato nella sua stesura definitiva soltanto fra 2 anni, ma costituirà una pietra miliare nella lotta contro il diabete.

La popolazione a rischio

  • anamnesi familiare positiva: per il diabete di tipo 2, se un genitore è diabetico, il rischio per i suoi figli è del 40%.
  • sovraccarico ponderale, con un BMI superiore del 25 Kg/m2, i depositi di adipe sono soprattutto localizzati in sede addominale e si ritiene che una circonferenza superiore a 102 cm. è già di per se, un fattore di rischio.
  • la mancanza d'esercizio fisico, ossia la sedentarietà.
  • l'appartenenza razziale, a gruppi etnici particolarmente predisposti come gli asiatici dell'estremo oriente o gli afro-americani.
  • l'esistenza di disturbi associati alla resistenza all'insulina come, oltre all'obesità, l'ipertensione arteriosa, la dislipidemia, la sindrome delle ovaia policistiche.
  • dopo un diabete della gravidanza o dopo aver partorito un bambino il cui peso alla nascita è superiore a 4,5 Kg.

Il depistaggio
Definiti i criteri che permettono di identificare le persone a rischio, occorre andare a scovarli e per cercarli bisogna praticare un depistaggio sistematico nella popolazione. E' possibile, beninteso, sulla base dei criteri più sopra enunciati, che di fronte al singolo caso, ossia ad una persona a rischio, si proceda all'esecuzione del dosaggio della glicemia (in modo estemporaneo o, preferibilmente a digiuno), oppure all'esecuzione d'una curva glicemica da carico. Tuttavia una ricerca troppo selettiva coinvolgerebbe un numero troppo modesto di persone e non permetterebbe di fare una prevenzione primaria efficace.
Questo scopo lo si può raggiungere, per il diabete di tipo 2, soltanto con un depistaggio sistematico di tutta la popolazione adulta. L'urgenza d'una siffatta ricerca si giustifica per 5 motivi principali:

  1. il diabete di tipo 2 coinvolge già attualmente il 4-5% della popolazione, ma la diffusione aumenterà in modo esponenziale nei prossimi 20-25 anni.
  2. il diabete di tipo 2, nel suo stadio iniziale, non presenta sintomi particolari e può evolvere per parecchi anni all'insaputa del paziente ed infatti si ritiene che la metà della popolazione diabetica non sa di esserlo.
  3. è dimostrato che, oggi, al momento della scoperta del diabete, almeno il 20-30% presenta già delle complicazioni dovute al diabete, (complicazioni micro-angiopatiche quali una retinopatia, una polineuropatia od una nefropatia incipiente)
  4. è dimostrato che un cambiamento nello stile di vita può evitare o perlomeno dilazionare l'apparizione del diabete sulla scena clinica in modo oltremodo significativo.
  5. è dimostrato che i pazienti che presentano una intolleranza al glucosio od una sindrome dismetabolica (o sindrome X) hanno un rischio più elevato d'andare incontro a complicazioni macro-angiopatiche: infarto del miocardio, ictus cerebrale come evidenziato dallo studio DECODE che ha coinvolto oltre 20'000 pazienti! (2)

I criteri diagnostici
Una volta stabiliti i criteri che definiscono i pazienti a rischio e stabilita l'opportunità, anzi la necessità, d'andare a ricercare le persone che già sono diabetiche senza saperlo oppure quelle che potenzialmente lo potrebbero diventare, occorre stabilire dei criteri diagnostici che permetterebbero, sulla base del dosaggio delle glicemie, d'inserire le singole persone in una o l'altra categoria oppure d'escludere, in modo tassativo la presenza d'una predisposizione e, a maggior ragione, la presenza d'un diabete già in atto.
Nel 1997, I'ADA (American Diabetes Association) ha introdotto dei nuovi criteri diagnostici, ossia: (3)

  • i valori normali non superano 6,1 mmol/l. a digiuno
  • valori tra 6,1 e 7,0 mmol/l. traducono la presenza d'una alterata glicemia a digiuno (Impaired Fasting Glucose = I.F.G.).
  • valori superiori a 7,0 mmol/l. a digiuno confermano la presenza d'un diabete.
  • Glicemia estemporanea (eseguita non a digiuno ma, a casaccio, nel corso della giornata): se superiore a 11,1 mmol/l. (200 mg%): diabete!

La curva glicemica da carico
L'esecuzione d'una curva glicemica da carico è oggetto di contestazione con le direttive dell'OMS. Infatti, I'ADA ritiene la sua esecuzione superflua, soprattutto per le ricerche di massa in quanto, necessitando almeno 2 dosaggi della glicemia (il primo a digiuno ed il secondo 2 h. dopo l'ingestione di 75 gr. di glucosio purissimo), è un esame che richiede troppo tempo ed è troppo costoso. Meglio, dice l'ADA, un solo dosaggio al mattino a digiuno.
Non è vero, dice l'OMS, la curva della glicemia provocata è più sensibile ed i valori a 2 h. superiori a 7,8 ed oscillanti tra 7,8 e 11,1 mmol/l. definiscono una alterata tolleranza al glucosio (IGT = Impaired Glucose Tolerance), un gruppo di persone che, se non diventeranno tutte diabetiche presentano però un rischio più elevato di complicazioni cardio-vascolari (4).

Conclusioni
Oggigiorno, sta diffondendosi un atteggiamento sempre più aggressivo, orientato sulla ricerca sistematica nella popolazione generale, dei casi a rischio e/o di diabetici non ancora conosciuti tramite delle azioni di massa eseguite a tappeto nella popolazione (depistaggio).
In questi ambiti, la partecipazione e la collaborazione delle Associazioni per il diabete, già operanti sul territorio, sarà di primaria importanza: infatti, esse saranno chiamate ad esercitare un ruolo predominante, mettendo a disposizione il materiale necessario, il personale e, insomma, la loro esperienza, collaborando, in prima linea con le autorità sanitarie o con le organizzazioni non governative interessate a questa problematica e, in generale, coinvolte nella tutela della salute pubblica.

Dr. V. Tatti


Bibliografia

  1. TUOMILEHTO, J. LINDSTROM, J. ERIKSSON, JG. e coll.
    Prevention of type 2 diabetes mellitus by changes in lifestyle among subjects with impaired glucose tolerance.
    N. Engl. ~. Med. 344, 1343-50, 2001.
  2. DECODE Study Group: Glucose tolerance and mortality: comparison of WHO and American Diabetic Association diagnostic criteria.
    The Lancet: 354, 617-21, 1999.
  3. Report of the Expert Committee on the Diagnosis and Classification of Diabetes mellitus.
    Diabetes Care: 20, 1183, 1997.
  4. ALBERTI KGMM and ZIMMET PZ for the WHO consultations.
    Definition, diagnosis and classification of diabetes mellitus.
    Provisional report of a WHO consultation.
    Diab. Med.: 15, 539-53, 1998.

 

Torna sù