Ricercatore svizzero finalmente alla ribalta della cronaca

Il diabetologo zurighese Marc Donath sulle tracce di un nuovo trattamento del diabete di tipo 2

Quando 5 anni fa l’ora 44enne professore di diabetologia e endocrinologia dell’ospedale universitario di Zurigo Marc Donath presentò per la prima volta i risultati delle sue ricerche al Congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete, venne accolto con molto scetticismo e una valanga di critiche anche ingiustificate. Un noto esperto mondiale del campo si permise persino di dire che era impossibile che “this Donath from Switzerland”, come lo definì, potesse avere ragione e di prenderlo praticamente in giro davanti a un folto pubblico di specialisti. Donath ci restò male, non per la critiche scientifiche, ma a causa dell’atteggiamento poco corretto di colleghi stimati. In seguito ebbe anche delle difficoltà a pubblicare altri risultati delle sue ricerche in alcune riviste scientifiche.

Nel settembre scorso ecco la meritatissima rivincita: esattamente là dove 5 anni prima era stato accolto e trattato maluccio, il congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete svoltosi quest’anno a Roma, poté presentare i suoi più recenti risultati, suscitando questa volta la sorpresa, l’ammirazione incondizionata e le lodi di tutti i 1500 specialisti presenti, ricevendo come primo svizzero il Premio Novartis per la ricerca nel diabete, uno dei massimi premi in questo campo. Se i suoi risultati provvisori, che si basano tuttavia su studi durati 12 anni, dovessero venir confermati in studi più ampi, egli avrebbe così trovato un nuovo modo di curare il diabete tipo 2.

Era già noto a tutti che il diabete di tipo 1 è causato da un processo infiammatorio di tipo autoimmune, che danneggia e distrugge progressivamente le cellule (le cosiddette cellule beta) delle isole pancreatiche che producono l’insulina. Meno conosciute per contro sono le cause e i meccanismi che portano al diabete di tipo 2. Donath scoprì inizialmente che alcune sostanze infiammatorie giocano un ruolo importante anche nel diabete di tipo 2 e concentrò la sua attenzione in particolare sull’interleuchina 1 beta (IL 1-beta). Si tratta di una molecola (una proteina) che allo stesso tempo inibisce la produzione di insulina e favorisce l’apoptosi (ossia la morte) delle cellule beta, un processo che porta a un progressivo deterioramento del controllo glicemico e infine alla necessità di ricorrere alle iniezioni di insulina.

Normalmente l’IL 1-beta viene prodotta da cellule del sistema immunitario, ma in caso di glicemia eccessivamente elevata anche dalle cellule delle isole pancreatiche. In un primo esperimento Donath aveva somministrato ai diabetici di tipo 2 un medicamento, usato solitamente nelle malattie reumatiche gravi, che blocca l’azione dell’IL-1 beta. Con questa terapia la glicemia e la produzione di insulina erano nettamente migliorate (e contemporaneamente pure la reputazione di Donath). I risultati vennero pubblicati l’anno scorso sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine”, ciò che fu una svolta molto importante. Da allora Donath continua a ricevere invitati ai vari congressi internazionali.

Nello studio presentato a Roma Donath e i suoi colleghi hanno iniettato finora a 40 pazienti un anticorpo che si lega all’IL-1 beta e lo blocca, interrompendo la reazione infiammatoria. Come confronto 8 altre persone hanno ricevuto un placebo. Criterio di valutazione era l’effetto sull’emoglobina glicosilata (HbA1c), che dipende ed è l’espressione della glicemia media degli ultime 3 mesi. Dopo una sola iniezione di questo farmaco il valore dell’emoglobina glicosilata è diminuito del 0,6 %. “Questo è un effetto molto pronunciato che ha stupito anche me” dice Donath. Alcuni pazienti hanno anche dovuto ridurre il dosaggio dell’insulina. Donath ritiene che dopo 3 mesi il valore dovrebbe diminuire di un altro 1%, ciò che significherebbe, a lungo termine ad una diminuzione del 40% circa delle complicazioni e del 20% della mortalità. I ricercatori hanno anche potuto appurare che la produzione d’insulina dei pazienti è nettamente migliorata, mentre i segni dell’infiammazione sono diminuiti.

Questi nuovi dati approno il campo a nuove speranze di progresso. Donath ipotizza giustamente che “con questa terapia si potrebbe influenzare positivamente non solo la glicemia, ma anche il decorso della malattia”, ciò che è il grande sogno della diabetologia moderna. Inoltre il fatto di poter fare un’iniezione probabilmente solo ogni 6-8 settimane, potrebbe rappresentare un vantaggio pratico importante e semplificare la terapia. Allo stesso tempo egli invita però anche alla prudenza. I risultati attuali sono infatti stati ottenuti soltanto in 40 pazienti e si tratta ancora di un’analisi preliminare di uno studio, in cui i ricercatori volevano testare soprattutto la tolleranza e la durata d’azione del farmaco.

Non sono ancora esclusi effetti collaterali. Teoricamente l’IL 1-beta potrebbe favorire le infezioni o sarebbe anche possibile che il suo effetto vada diminuendo nel tempo. Per il momento non vi sono però indizi in questa direzione. Donath è convinto della sicurezza di questo nuovo agente terapeutico, ma lui stesso ammonisce che “non si può mai sapere e sorprese sono sempre possibili”. Perciò dovranno essere pianificati ed effettuati altri studi con un numero ben maggiore di partecipanti e dovrà passare ancora qualche anno prima che il medicamento possa eventualmente essere disponibile sul mercato.

Ora Donath fa comunque meno fatica a trovare i finanziamenti per i suoi studi e anche il rinomato diabetologo che lo aveva attaccato si è nel frattempo scusato. “E’ stato un cammino lungo e arduo, ma sono anche grato a chi mi ha sostenuto. Una volta qualcuno mi ha detto che ‘alla fine la verità viene sempre a galla’ e io ci ho sempre creduto”, conclude. Grazie e complimenti da parte di tutti i diabetici, dei loro parenti e di quelli che sono quotidianamente impegnati nella cura del diabete!

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Ricercatore svizzero finalmente alla ribalta della cronaca

Il diabetologo zurighese Marc Donath sulle tracce di un nuovo trattamento del diabete di tipo 2

Quando 5 anni fa l’ora 44enne professore di diabetologia e endocrinologia dell’ospedale universitario di Zurigo Marc Donath presentò per la prima volta i risultati delle sue ricerche al Congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete, venne accolto con molto scetticismo e una valanga di critiche anche ingiustificate. Un noto esperto mondiale del campo si permise persino di dire che era impossibile che “this Donath from Switzerland”, come lo definì, potesse avere ragione e di prenderlo praticamente in giro davanti a un folto pubblico di specialisti. Donath ci restò male, non per la critiche scientifiche, ma a causa dell’atteggiamento poco corretto di colleghi stimati. In seguito ebbe anche delle difficoltà a pubblicare altri risultati delle sue ricerche in alcune riviste scientifiche.

Nel settembre scorso ecco la meritatissima rivincita: esattamente là dove 5 anni prima era stato accolto e trattato maluccio, il congresso dell’Associazione europea per lo studio del diabete svoltosi quest’anno a Roma, poté presentare i suoi più recenti risultati, suscitando questa volta la sorpresa, l’ammirazione incondizionata e le lodi di tutti i 1500 specialisti presenti, ricevendo come primo svizzero il Premio Novartis per la ricerca nel diabete, uno dei massimi premi in questo campo. Se i suoi risultati provvisori, che si basano tuttavia su studi durati 12 anni, dovessero venir confermati in studi più ampi, egli avrebbe così trovato un nuovo modo di curare il diabete tipo 2.

Era già noto a tutti che il diabete di tipo 1 è causato da un processo infiammatorio di tipo autoimmune, che danneggia e distrugge progressivamente le cellule (le cosiddette cellule beta) delle isole pancreatiche che producono l’insulina. Meno conosciute per contro sono le cause e i meccanismi che portano al diabete di tipo 2. Donath scoprì inizialmente che alcune sostanze infiammatorie giocano un ruolo importante anche nel diabete di tipo 2 e concentrò la sua attenzione in particolare sull’interleuchina 1 beta (IL 1-beta). Si tratta di una molecola (una proteina) che allo stesso tempo inibisce la produzione di insulina e favorisce l’apoptosi (ossia la morte) delle cellule beta, un processo che porta a un progressivo deterioramento del controllo glicemico e infine alla necessità di ricorrere alle iniezioni di insulina.

Normalmente l’IL 1-beta viene prodotta da cellule del sistema immunitario, ma in caso di glicemia eccessivamente elevata anche dalle cellule delle isole pancreatiche. In un primo esperimento Donath aveva somministrato ai diabetici di tipo 2 un medicamento, usato solitamente nelle malattie reumatiche gravi, che blocca l’azione dell’IL-1 beta. Con questa terapia la glicemia e la produzione di insulina erano nettamente migliorate (e contemporaneamente pure la reputazione di Donath). I risultati vennero pubblicati l’anno scorso sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine”, ciò che fu una svolta molto importante. Da allora Donath continua a ricevere invitati ai vari congressi internazionali.

Nello studio presentato a Roma Donath e i suoi colleghi hanno iniettato finora a 40 pazienti un anticorpo che si lega all’IL-1 beta e lo blocca, interrompendo la reazione infiammatoria. Come confronto 8 altre persone hanno ricevuto un placebo. Criterio di valutazione era l’effetto sull’emoglobina glicosilata (HbA1c), che dipende ed è l’espressione della glicemia media degli ultime 3 mesi. Dopo una sola iniezione di questo farmaco il valore dell’emoglobina glicosilata è diminuito del 0,6 %. “Questo è un effetto molto pronunciato che ha stupito anche me” dice Donath. Alcuni pazienti hanno anche dovuto ridurre il dosaggio dell’insulina. Donath ritiene che dopo 3 mesi il valore dovrebbe diminuire di un altro 1%, ciò che significherebbe, a lungo termine ad una diminuzione del 40% circa delle complicazioni e del 20% della mortalità. I ricercatori hanno anche potuto appurare che la produzione d’insulina dei pazienti è nettamente migliorata, mentre i segni dell’infiammazione sono diminuiti.

Questi nuovi dati approno il campo a nuove speranze di progresso. Donath ipotizza giustamente che “con questa terapia si potrebbe influenzare positivamente non solo la glicemia, ma anche il decorso della malattia”, ciò che è il grande sogno della diabetologia moderna. Inoltre il fatto di poter fare un’iniezione probabilmente solo ogni 6-8 settimane, potrebbe rappresentare un vantaggio pratico importante e semplificare la terapia. Allo stesso tempo egli invita però anche alla prudenza. I risultati attuali sono infatti stati ottenuti soltanto in 40 pazienti e si tratta ancora di un’analisi preliminare di uno studio, in cui i ricercatori volevano testare soprattutto la tolleranza e la durata d’azione del farmaco.

Non sono ancora esclusi effetti collaterali. Teoricamente l’IL 1-beta potrebbe favorire le infezioni o sarebbe anche possibile che il suo effetto vada diminuendo nel tempo. Per il momento non vi sono però indizi in questa direzione. Donath è convinto della sicurezza di questo nuovo agente terapeutico, ma lui stesso ammonisce che “non si può mai sapere e sorprese sono sempre possibili”. Perciò dovranno essere pianificati ed effettuati altri studi con un numero ben maggiore di partecipanti e dovrà passare ancora qualche anno prima che il medicamento possa eventualmente essere disponibile sul mercato.

Ora Donath fa comunque meno fatica a trovare i finanziamenti per i suoi studi e anche il rinomato diabetologo che lo aveva attaccato si è nel frattempo scusato. “E’ stato un cammino lungo e arduo, ma sono anche grato a chi mi ha sostenuto. Una volta qualcuno mi ha detto che ‘alla fine la verità viene sempre a galla’ e io ci ho sempre creduto”, conclude. Grazie e complimenti da parte di tutti i diabetici, dei loro parenti e di quelli che sono quotidianamente impegnati nella cura del diabete!

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